1 settembre 2009 2 01 /09 /settembre /2009 14:16
Perchè da quando esiste l'uomo pensante si parla di dio o di dei? E' un'esigenza innata a cui nessuno può sfuggire, è utile per l'efficienza del genere umano, o semplicemente è un pensiero imposto? Oggi in molti rispondono che se imposizione c'è stata è una questione passata; ora si è liberi di scegliere se credere in un dio trascendente, panteistico o in una carota.

Vero è che col Concilio di Trento (1545 - 1563) chi non si allineava alla Chiesa e dimostrava di avere una testa che tentava di ragionare veniva messo al rogo (G. Bruno) o doveva abiurare e starsene ai domiciliari (G. Galilei).
Ma anche oggi se non dimostri (è sufficiente ufficialmente!) di credere in un dio, la tua vita non è proprio una passeggiata. Tanto per cominciare sei una "negazione": un "non" credente, un "a" teo, ovvero manchi di qualcosa rispetto ad una "normalità" arbitraria ed imposta.
 
Seppur formalmente, qualcuno si è accorto della disparità e ha coniato il neologismo bright, che ha la stessa accezione di ateo, ma con una qualificazione positiva. E' un primo passo verso la parità, sia chiaro, non verso l'ateismo; anche in questo caso, infatti, ne sarei contrariato.

Provate, poi, a segnalare in un curriculum vitae di essere atei. Provate ad indicarlo sui "santini" di una campagna elettorale per le amministrative del vostro Comune. Provate a sfiorare l'argomento nell'assemblea di classe di vostro figlio.

Dunque, credere in un Dio, ed in particolare nel dio ebraico, meglio ancora cristiano, è un vantaggio, automaticamente un eloquente suggerimento per tutti, dalla nascita, ed una pulce nell'orecchio per chi è scettico sull'esistenza di un dio e radicale sull'esigenza di pensarla liberamente, senza coercizioni.

Escludendone l'utilità per l'efficienza del genere umano rimane il tema "esigenza innata".
Credere in un dio è un'esigenza innata? Diciamo che la risposta è articolata, ma sostanzialmente negativa.
Ad un certo momento della vita un individuo si domanda quale sia l'origine dell'esistenza, ma molto banalmente perchè ragiona sulla base del concetto spazio-tempo, è la peculiarità umana, che produce il limite di non riuscire a razionalizzare l'infinito. E se vogliamo classificare ogni cosa siamo costretti a dare un nome a ciò che non siamo in grado di capire e dimostrare.

Ma questa non è "l'esigenza innata di Dio" come vorrebbero farci credere alcuni.
Diciamo, quindi, che i fatti ci portano ad affermare che nessun dio è un soggetto fisico, ma sempre un'idea, che questa idea non è innata, che imporre l'esistenza di un dio facilita la sottomissione, specie delle categorie meno istruite e attive intellettualmente (escludendo gli speculatori) e che, a conti fatti, la sua strumentalizzazione permette di fare pure un sacco di soldi.

(heidi)

 

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Published by Maurizio Fiumara - in RIFLESSIONI
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io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci 

nessuna ragione perchè sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani. 

Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo 

tempo furon destinati a me?"


(da Pensieri, Blaise Pascal)

 

 

 

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Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.
(Conversazione a tavola di S.T. Coleridge).

 

Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani o potessero dipingere e compiere quelle opere che gli uomini compiono cone le mani i cavalli dipingerebbero immagini degli Dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli degli Dei simili all'aspetto che ha ciascuno di essi.                                 (Senofane)

 

Non cesseremo di esplorare 
E alla fine di tutto il nostro esplorare 
Arriveremo al punto di partenza 
E conosceremo il luogo per la prima volta.

                               (Little Gidding di T.S.Eliot)

 

 

Ho attraversato i continenti 
Per vedere il più alto dei mondi 
Ho speso una fortuna
Per navigare sui sette mari
E non avevo avuto il tempo di notare 
A due passi dalla porta di casa 
Una goccia di rugiada su un filo d’erba.

                                    (Rabindranath Tagore)

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