30 maggio 2012 3 30 /05 /maggio /2012 20:11

Il pontefice dice di essere vicino ai terremotati, con la preghiera.

Cosa volere di più!

 

(heidi)

 

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27 marzo 2011 7 27 /03 /marzo /2011 15:22

Quando papa Benedetto XVI, nella ricorrenza dello scempio del 24 marzo 1944, avvenuto alle Fosse Ardeatine, parla di “offesa gravissima a Dio”, è evidente il disumano paradosso, a dimostrazione che anche tra i ministri della Chiesa si siano smarriti i veri valori umani, allontanando ancora di più la speranza di poter trovare, un giorno, punti d’incontro tra il pensiero religioso cristiano e gli atti della ragione. 


L’esistenza di un dio che avesse permesso a quei suoi figli un destino così infausto, nel venire al mondo per essere sacrificati, troppo presto e con un colpo di pistola alla nuca, rispettoso solo del libero arbitrio, esprime inevitabilmente, e proprio al contrario, un’offesa all’Uomo da parte di Dio, a cui si aggiunge quella di un papa che, in primis, ‘dovrebbe’ essere uomo. 


E neanche la Vergine, di bianco vestita, libera di apparire in ogni momento ed in ogni angolo della Terra a pastorelli e contadini, non brilla di luce più splendente, se non è stata in grado (neppure Ella) di trovare qualche secondo del suo infinito tempo per, non dico salvare (il libero arbitrio vale per tutti) ma almeno manifestarsi ed infondere quel calore, urgente e giusto, a trecentotrentacinque povere “anime”, tra soldati e civili italiani, che fino all’ultimo respiro hanno implorato, con fede, il nome di Dio, aspettandosi, c’è da crederlo, un suo intervento. 


Quale disegno di Dio si può supporre? Forse non furono sufficienti l’eccidio delle foibe o i campi di concentramento e di sterminio di Auschwitz, Birkenau, Buchenwald, Ravensbrück, Mauthausen, Jasenovac, Sobibór? Era davvero necessario anche il massacro romano?

Ma che dio è un Essere che ha bisogno continuamente di morti per realizzare i propri disegni, se non un dio fallito? 

 

(heidi)


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19 aprile 2010 1 19 /04 /aprile /2010 12:50

Stiamo assistendo ad un m(e)mento delicatissimo nella storia della Chiesa. Una resa dei conti (e dei monsignori) non così accidentale, visto che la saggezza popolare insegna che prima o poi “tutti i nodi vengono al pettine”, “la verità viene sempre a galla”, “le bugie hanno le gambe corte”, “chi semina vento raccoglie tempesta”, “chi la fa l’aspetti”, e “tanto va la gatta al lardo…”, anche se all’ingordigia clericale, più che lo zampino felino è sfuggita la mano nodosa, con la quale ha dimostrato essere capace di tutto…

 

mentre il pensiero pensante universale si eleva, quello pensato della Chiesa regredisce in azioni die ‘hard’; mentre la riflessione dell’Uomo si dimena, quella della Chiesa è dormiente e monotona. Come le maniere, leziose, grevi, autoritarie, avulse che anelano di essere sostituite e la ripetizione dei rituali, imposti e misteriosi, che si rileggono come pantomima di un inganno generale mal celato, quindi offensivi e provocatori, per una comunità annoiata.

 

La Chiesa è ridondante. L’essere umano non l’ha mai reclamata, neanche dopo tanti secoli, anzi. Ma è stato convinto del contrario, pena un’alternativa angosciosa. Alcuni possono sentire la necessità di un dio trascendente, ma è altra storia, appartiene alle esigenze private.

 

L’Uomo non smette di ricercare lo spirituale, ma è nauseato dalle finzioni su cui Sanctae Romanae Ecclesiae ha costruito nei secoli la propria fama, sforzandosi di sopravvivere, ben conscia di farlo solo per se stessa, altro che per uno scopo katholikòs!

Così la pedofilia non è la magna quaestio, ma soltanto l’ultima goccia di un vaso la cui misura è colma da tempo.

 

La Chiesa non sbaglia perché alcuni suoi rappresentanti sono pedofili. La Chiesa sbaglia perché li protegge. Perché nasconde la/e verità, perché permette che reiterino l’azione, che diventa peccato solo se lo commettono gli altri. La Chiesa sbaglia perché persevera nelle sue prediche, ex catedra, alle quali è essa stessa a non confidare, in quanto sono offesa all’intelligenza umana, che dovrebbe essere dono di Dio. La Chiesa sbaglia perché professa i propri interessi, rifilandoli come Verità dogmatiche, sapendo di mentire. La Chiesa sbaglia perché è ipocrita e perseverante nell’ipocrisia, e non perché anch’essa qualche volta può cadere in errore poiché errare humanum est.

 

L’ostentazione, del lusso, del potere, del sesso, è sempre fastidiosa e volgare, deplorevole quando coinvolge un premier, ma addirittura intollerabile quando vede protagonista le sfere religiose.

 

Ed il sacro hortus conclusus è riuscito ad andare ben oltre, perchè mentre con una mano molesta i bambini con l’altra innalza il corpo di Cristo, mentre sodomizza il minore, o investe in traffici illegali pro domo sua, predica l’amore per il prossimo, arrogandosi la missione di educatore e di maestro della morale. Senza imbarazzi, timore di dio, ravvedimenti.

 

Non è la pedofilia clericale in sé che indispettisce, non essendo prerogativa della categoria, ma la saccenza intoccabile di un’istituzione Sacra per definizione.

 

Ma la ristretta cerchia di illuminati che lo rimarcano da tempo, emarginati e derisi dai credenti praticanti che si autoproclamano insidacabilmente “giusti”, vede estendere il proprio raggio: il dubbio che la Chiesa sia un’istituzione, perlomeno da ridimensionare e ristrutturare, sta persuadendo i credenti più moderati. Da molto tempo. Questa crisi non è un semplice incidente di percorso, ma il frutto di una consapevolezza universale che rileva e dichiara che le colpe vaticane non sono errori, ma consuetudini secolari.

 

E la dimensione del terremoto è talmente ponderosa ed imprevista che i vertici ecclesiali non riescono nemmeno ad ordinare le idee, peggiorando, se possibile, la questione, accostando i pedofili agli omosessuali, salvo fare un repentino, ma già anacronistico, passo indietro.

 

“I have a dream”: che la fetta buona di questo istituto e che i credenti sani (quasi sempre non praticanti), si rimbocchino le maniche e scendano in campo, in maniera determinata e definitiva. Questo è il loro momento: siano sorprendenti!

 

(heidi)


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14 ottobre 2009 3 14 /10 /ottobre /2009 10:56

L’umana corporeità, osservata nella contestualità di un dio creatore, è logicamente inacettabile visto che la vita eterna, ovvero quel periodo impareggiabilmente più importante sia sotto il profilo temporale che esistenziale, trascorrerebbe come soma pneumatikon (corpo spirituale).

La ragionevolezza suggerirebbe la sua inutilità, direttamente a favore del successivo, nonchè definitivo, grado di consapevolezza.


Ma c’è chi, su questo tema, invoca il libero arbitrio, cioè l’inevitabilità di vivere una fase corruttibile affinchè l’uomo possa esercitare la propria libertà di scelta. Prospettiva finalistica, e teistica, che dovrebbe necessariamente prevedere un serio impegno da parte di Dio nella protezione personale ed imprescindibile di ciascuno, fino al raggiungimento della singola scelta di amare o rifiutare infinitamente Dio. Escludendo questa garanzia, l’operazione diventerebbe altamente rischiosa, dipendente dal fatto che un corpo fisico è vulnerabile e potrebbe non farcela a percorrere sufficientemente quel tratto di esistenza progammata.

Ancora una volta, ridurre passaggi significherebbe ridurre rischi e la tesi iniziale rimarrebbe legittima.

Parallelamente esiste un altro problema.


Infatti, da un dio giusto ci si aspetterebbe libero arbitrio anche prima dell’atto stesso di venire al mondo, una forma di propedeuticità alla nascita, per permettere di decidere se volere o meno affrontare quella esperienza: un dio onnipotente avrebbe potuto architettare in questo modo l’esistenza. Invece, venire alla luce è assoluto, imposto ed involontario; ognuno di noi viene prepotentemente e violentemente strappato dalla propria condizione di “assenza”, a suo modo gaudente, e defraudato del proprio diritto di essere nulla, per una finalità che potrebbe anche non avere il tempo di realizzarsi.


Personalmente faccio fatica a mettere tutti i tasselli al loro posto. La mia logica vi si oppone.

Se non altro, è consolante sapere di non essere il solo a pensare che “noi non siamo voluti per noi stessi dall’eternità divina (...) [non siamo] dotati (o gravati) di un progetto che preesiste su di noi e che a noi spetta realizzare.” (Vito Mancuso, “L’anima e il suo destino”, RaffaelloCortinaEditore, 2007).

Se, quindi, non siamo gravati di tale progetto, siamo necessariamente in presenza di un dio ingiusto ed autoritario (il dio ebraico) che prima decide di metterci al mondo, senza interpellarci, abbandonandoci al destino della carne, per lasciarci “liberi” di decidere se scegliere la felicità eterna o la dannazione infinita (gran bel dilemma ...!).


Fortunatamente, ci viene in aiuto, ancora una volta, la possibilità, e plausibilità, di pensare che Dio sia solamente un’idea.

E allora tornerebbero i conti, senza forzature e senza contraddizioni. Il dio vivente summam intelligentiam non esiste, dunque non può essere ingiusto e/o cattivo, noi non abbiamo nessun progetto da realizzare, nessuna prova a cui essere sottoposti, nessuna decisione retorica da prendere, pro o contro Dio. Siamo liberi. L’entelechia del cosmo aristotelica definisce proprio questo: il cosmo come fine a se stesso, senza il bisogno di interventi divini.


Ovviamente questa storia ha un seguito.

“Perchè c’è qualcosa invece del nulla?”, come si chiese il grande matematico filosofo di Lipsia, Gottfried Wilhelm Leibniz. Nulla significa il vuoto assoluto. Non un respiro, non un suono, non una fioca luce, neanche un infinitamente microscopico quark. Non l’universo. Niente di niente. Equilibrio assoluto. Dunque, perchè “qualcosa”?

Alcuni scienziati affermano che il nulla, in realtà, sia instabile. E proprio per la sua instabilità il nulla genererebbe la materia. Infatti, secondo la meccanica quantistica nel vuoto apparirebbero e scomparirebbero continuamente particelle ed antiparticelle.

In questo modo, tutta la vita sarebbe inevitabile conseguenza; o, come sostiene in Blueprint for a Cell: The Nature and Origin of Life (1991) il premio Nobel 1974 per la medicina, Christian de Duve, “la vita è una manifestazione obbligata della proprietà combinatoria della materia”.


Quindi nessuna casualità, ma solo causalità. La materia era necessaria, il vuoto insostenibile. E la vita, naturale conseguenza dell’esistenza della materia.

Un’idea anche questa, che richiede rigorosi approfondimenti, ma che, escludendo l’esistenza di Dio, eliminerebbe alla radice anche i dubbi sulla sua solidissima peculiarità: la bontà.

Infatti, “come si può escludere che ciò che viene usualmente chiamato 'Dio Onnipotente' non volga la sua onnipotenza a ingannarci anche in ciò che ci sembra più discutibile? Naturalmente Cartesio non afferma che questo Dio negativo esiste, ma nel suo ricominciare tutto da capo, la filosofia non può escludere l’ipotesi dell’esistenza di un tal 'Dio'.” (Emanuele Severino, Filosofia. Lo sviluppo storico e le fonti. Vol. II. Sansoni, Firenze, 1991).


In altre parole, se si vuole ricercare la verità senza falsi pudori o pericolose ipocrisie, guidati da una mente assolutamente aperta, fare un lavoro ineccepibile, insomma, vagliando tutte le probabilità diverse da zero, si deve mettere in conto anche la possibilità di un dio non buono.

Se esiste.


E qui si apre una voragine, oltre che una crisi d’identità ontologica, perchè anche questa eventualità, assieme a quella della non sussistenza di un dio creatore, avrebbe più possibilità di essere vera di quella dell’esistenza di un dio onnipotente buono. Anzi, se volessimo ricercare un sommo autore dell’universo “nei vari e contraddittori eventi della vita umana”, dovremmo volgere più coerentemente il nostro pensiero proprio ad un dio non buono o addirittura al politeismo “e alla concezione di più divinità e imperfette”, scenario, a sua volta, più probabile di quello che contempla l’esistenza di un unico dio onnipotente.


Per cui, per assurdo, proprio la realtà della corporeità umana confuterebbe la sussistenza dell’Altissimo, ed ineluttabilmente la sua versione di ente infinitamente buono, determinando una più robusta ammissibilità di alternative nature che non si possono trascurare se non si vuole continuare a credere ad una rappresentazione bigotta e superata del divino.

 

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3 ottobre 2009 6 03 /10 /ottobre /2009 17:31

Come si spiega che il passato sia pregno di un pullulare di apparizioni di santi, madonne nelle più differenti versioni, addirittura di teofanie, e che oggi, cioè da quando sono possibili le misurazioni, ovvero tests sulla veridicità delle affermazioni metafisiche, il numero delle presunte manifestazioni si sia drasticamente ridotto, residuando soltanto quelle non sottoposte a verifica? 

Ci sono centinaia di racconti e diecine di libri, editi da case come Edizioni Paoline, SEI, Dehoniane, Mediterranee, per citare solo le maggiori, che raccontano fatti straordinari e di anime venute dall’oltretomba, come fossero fatti della natura, anche piuttosto frequenti.

Mi domando perchè questa ventura non sia dominio di ciascuno e, dunque, anche mio. Vorrei parteciparvi per farmene un’opinione personale, ma qual è il criterio di sorteggio? Cosa potrei fare, io, per poter accedere a questa improbabile estrazione? E, soprattutto, vi posso aderire?

A quanto ne so non c’è una risposta esauriente a queste domande.


E allora è legittimo un dubbio: saranno tutte vere le storie raccontate? Ci sono prove inconfutabili sulla loro autenticità?

“Il volto di un angelo” di I. Felici (Edizioni Paoline, 1955), “Riflessioni sui novissimi” di Fr. Eusebio di Maria, (Ed. Sussidi, Erba (Co)), “Volo tra le fiamme” di I. Felici, (Queriniana, Brescia, 1951), ”Lo zingaro di Cristo” di M. G. Ceccuzzi, (Edizioni Paoline, 1953) sono libri, pubblicati, stracolmi di vicende inverosimili e mirabolanti, che nessuno ha mai potuto appurare, ma consegnate al lettore per certe.


In casi come questi la verificabilità è fondamentale per determinare una vendita onesta. Infatti, se questi libri raccontassero vicende davvero accadute, non importa se razionali, non saremmo qui, teologi e filosofi in testa, a discutere sull’esistenza di una vita oltre la morte o proprio di quella di un dio. Sarebbero fatti, al limite potremmo ragionare sulla loro spiegazione.

Il rigore richiesto per portare alla luce fenomeni di tale portata deve essere di livello elevatissimo perchè la realtà di tutti i giorni è ben diversa. Ci vuole preparazione per la comprensione e controllo per poter escludere qualunque altra spiegazione possibile.
Per pubblicare eventi così importanti non è sufficiente raccontarli.


E allora è chiaro che ci troviamo di fronte a favole, create più o meno in buona fede, ma pubblicate di certo con malizia, con lo scopo di reclutare nuovi accoliti e fidelizzare quelli già in dote.

Questi libri sono illegali. Diffondono informazioni incerte spacciandole per vere. Sono pubblicità ingannevole. Sfruttano la credulità popolare per batter cassa, direttamente con la vendita e, indirettamente, con gli incommensurabili merchandising e potere derivanti.

In questi libri non c’è nulla di religioso, confondono solo le idee dei più vulnerabili, complicando il lavoro di chi vorrebbe approdare alla verità. Un danno smisurato.


E per non riferire solo personali considerazioni ho scelto due brevi racconti tra le centinaia di quelli a disposizione di tutti (non immaginate la pena nel fare queste letture!) lasciando al lettore le proprie valutazioni:

 

 “Il Venerabile P. Domenico di Gesù Maria era solito tenere nella sua cella, come si usa nell'Ordi­ne Carmelitano, un teschio vero, sia per ricordare la morte come per avere un richiamo al dovere di carità di suffragi verso i defunti.

Quando arrivò al convento di Roma, nella cella che gli venne assegnata trovò un teschio, da cui una notte udì una voce alta e spaventevole che gridava: «In me­moria hominum non sum - nessuno si ricorda di me». Le parole furono ripetute più volte e udite in tutto il dormitorio del convento. Il Venerabile rimase stupito e timoroso, dubitando che si trattasse di un fenome­no diabolico. Si mise subito a pregare per sapere cosa dovesse fare. Prese poi dell'acqua benedetta e aspergen­dola sopra il teschio, il medesimo pronunciò queste al­tre parole: «Acqua, Acqua, misericordia, misericordia».

Il religioso gli domandò chi era e che misericordia voleva. Il defunto rispose dandogli queste informazio­ni: era un tedesco, venuto a Roma a visitare i Luoghi Santi. Il suo corpo era stato sotterrato da molto tempo nel camposanto, l'anima si trovava in Purgatorio a pa­tire pene intollerabili. Non aveva nessuno che gli faces­se del bene, né chi si ricordasse di lui, e perciò lo prega­va di aspergerlo continuamente con l'acqua benedetta. Gli raccomandò che pregasse per lui il Signore affinché lo liberasse da quelle pene.

Padre Domenico promise. Pregò molto e fece peni­tenze. Pochi giorni dopo il defunto gli comparve in cel­la per ringraziarlo del beneficio della liberazione dal Purgatorio, promettendogli riconoscenza.

(dai processi di beatificazione del P. Domenico di Gesù Maria)

 

Giovanni Bosco, da giovane studente nel seminario di Chieri, fece questo patto con il suo amico e condiscepolo Comollo: chi dei due fos­se morto per primo sarebbe venuto la notte se­guente a informare l'altro della propria sorte, a condizione che Iddio l'avesse permesso. «Io ignoravo tutte le conseguenze di una simile promessa, scriverà più tardi don Bosco, e con­fesso che fu una grande follia; così io consiglio vivamente gli altri di astenersene. Ma noi allora non trovammo nulla di riprensibile in questa promessa ed eravamo ben decisi a mantener­la. La rinnovammo più volte, in particolare du­rante l'ultima malattia di Comollo. Le ultime parole di Comollo e il suo sguardo mi assicu­rarono dell'adempimento del nostro patto.

Nel seminario di Chieri, la notte dal 3 al 4 aprile 1839, che seguiva il giorno della sepoltura di Luigi Comollo, io - raccontò Giovanni - riposavo con venti alunni del corso teologi­co... Ero a letto ma non dormivo. Sullo scoc­care della mezzanotte, si ode un cupo rumore in fondo al corridoio, rumore che si rendeva più sensibile, più cupo, più acuto a misura che si avvicinava. Pareva quello di un carrettone tirato da molti cavalli, di un treno di ferrovia, quasi dello sparo di un cannone... I seminari­sti di quel dormitorio si svegliano, ma nessu­no parla. Io ero impietrito dal timore. Il rumore si avanza, e sempre più spaventoso; e presso il dormitorio si apre da sé violentemente la por­ta. Continua più veemente il fragore senza che si veda cosa alcuna, eccetto una languida luce, ma di colore vario, che pareva regolatri­ce di quel suono. A un certo momento si fa im­provviso silenzio: splende più viva quella luce; si ode distintamente risuonare la voce del Comollo (ma più esile di quando era vivo) che, per tre volte consecutive, dice: Bosco! Bosco! Bosco! io sono salvo!

In quel momento il dormitorio divenne an­cor più luminoso, il cessato rumore si fece riudire di gran lunga più violento, quasi tuo­no che sprofondasse la casa, ma tosto cessò, e ogni luce disparve. I compagni, balzati dal let­to, fuggirono senza saper dove... Tutti aveva­no udito il rumore. Parecchi intesero la voce, senza capirne il senso... Io ho sofferto assai e fu tale il mio spavento che in quell'istante avrei preferito morire. Fu la prima volta che, a mio ricordo, abbia avuto paura. Di qui in­cominciò una malattia che mi portò all'orlo della tomba, e mi lasciò così malandato di sa­lute che non ho potuto più riacquistarla, se non molti anni dopo».

(G. B. Lemoyne, Vita di S. Giovanni Bosco, vol. 1, Torino 1953, pp. 192-194.)


Questa è letteratura, seppur sui generis, ma anche tra i teologi contemporanei c’è chi afferma, per esempio, che “si può con tutta sicurezza ritenere il Paradiso un astro situato realmente al centro dell'universo, attorno al quale ro­teano tutti gli altri corpi celesti, rifatti splendidissimi.” (Otto Herman Pesch).

Purtroppo quelle che a me paiono stravaganze pericolosissime non lo sono per moltissimi credenti, mentre per la Chiesa sono addirittura verità sacrosante a cui il fedele deve adattarsi perchè provenienti da Dio per tramite dello Spirito Santo.


E a chi vuole replicare sostenendo che si può essere cattolici praticanti anche in presenza di testimonianze come quelle appena scorse, perchè è la dottrina ufficiale che ha valore, domando allora se sia davvero nota la reale posizione della Chiesa cattolica e se ci si sente pronti a condividerla, senza esitazione alcuna, perchè neanche essa  risparmia proclamazioni impegnative.


Mi riferisco, per esempio, al Concilio Ecumenico Latera­nense IV col quale si assicura che “Tutti risorgeranno col proprio corpo che han­no ora”, e al Catechismo di S. Pio X che rispondendo alle do­mande 157 e 158 afferma “Alla fine del mondo ci attende la resurrezione della carne e il giudizio universale. Resurrezione della carne significa che il nostro cor­po, per virtù di Dio, si ricomporrà e si riunirà all'ani­ma per partecipare, nella vita eterna, al premio o al ca­stigo da essa meritato” approdando, poi, al Catechismo della Chiesa Cattolica, che ai numeri 997-1001 aggiunge “Con la morte, separazione dell'anima dal corpo, il corpo dell'uomo cade nella corruzione, mentre la sua anima va incontro a Dio, pur restando in attesa di essere riunita al suo corpo risorto. Dio nella sua onnipotenza restituirà definitivamen­te la vita incorruttibile ai nostri corpi riunendoli alle nostre anime, in forza della Resurrezione di Gesù. Tutti risorgeranno coi corpi di cui ora sono rivesti­ti, nell'ultimo giorno, alla fine del mondo. Infatti la Ri­surrezione dei morti è intimamente associata alla Pa­rusia di Cristo”. 

 

Oggi iniziano ad essere in molti gli illustri studiosi che dichiarano l’evidente improbabilità, teoreticamente inconsistente, di una resurrezione del corpo, se non altro per la grande difficoltà di stipare centinaia di miliardi di persone, fisicamente da qualche parte nell’universo.


Ergo, forse è arrivato il momento di cominciare, sul serio, a chiarire senza opportunismi qualche fondamentale, con tutto il rispetto per chi crede per Fede e un po’ meno per chi ci scherza clandestinamente.

 

(heidi)

 

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20 settembre 2009 7 20 /09 /settembre /2009 13:27

Dio dovrebbe essere di tutti, nello spazio e nel tempo, come pure la sua conoscenza ontologica attraverso la Bibbia. Anche se pare non essere la priorità del Sacro Testo, il cui linguaggio evidenzia una comunicazione faticosa, arcaicità delle categorie e abbondanza di contraddizioni autoconfinandosi, per forza, temporalmente, malgrado l’onnipresenza di chi, per difenderne la causa, afferma recisamente il contrario.


L’assolutezza del messaggio dovrebbe prescindere dal momento scelto per le diverse forme usate al suo perfezionamento; la consegna delle tavole della legge in un certo momento storico (se questo è avvenuto) e la comparsa del Figlio di Dio in una certa epoca (se mai è capitata) non deve e non può inficiare l’efficacia dell’informazione. Un messaggio di questo tipo implica che venga capito, che la comprensione da parte di tutti sia certa, nel tempo e nello spazio.


Invece, obiettivamente, la penetrazione delle Sacre Scritture perde il suo potere quando ci si allontana dal momento della loro compilazione richiedendo, per giunta, studiosi per la decriptazione quasi come se a scrivere quelle pagine fossero stati “esseri umani”, semplicemente, privi di alcun influsso divino, ignari dell’effetto che esse avrebbero avuto sulle generazioni.


Un tale insieme di pensieri, enigmatici, un po’ metafore ed un po’ no, un po’ universali ed un po’ strettamente contestuali, sulla cui interpretazione, simbolica o reale, sono quasi mai d’accordo gli specialisti, non può essere invocato come Parola di Dio; la Ragione non lo accetta.


Da uno spirito onnipotente (ma anche da molto meno) ci si sarebbe aspettato qualcosa di più, un’attenzione maggiore all’esposizione, più trasparenza ed universalità, una forma imperitura e non anacronistica, come in realtà è; in fondo, stiamo parlando del Codice di Dio, della Legge dell’Uomo.


E la Chiesa sa bene come stanno le cose, ma non si pronuncia, sorvolando su una questione importante, continuando a professare ciò di cui non ha prova, preferendo mantenere le credenze anzi, alimentandole, quando possibile, con la diffusione di fatti prodigiosi, commettendo multiplo peccato mortale.


Già Erasmo da Rotterdam, nel suo "Elogio della pazzia", sosteneva "Ma non crediate già che simili racconti (miracoli e prodigi, ndr) si facciano solo per ingannare le ore di noia; sono essi diventati nella bocca de' monaci e de' predicatori un mezzo di trar profitto dalla credulità popolare."


E ancora molti sono gli esempi, in cui il ruolo protagonista è giocato abbondantemente dalle Case editrici che, come la Editrice Comunità di Adrano (Ct), per fare un solo esempio, non si imbarazzano nel pubblicare libri come “L'aldilà stupenda realtà” di Padre Gnarocas N.I. o “Certezze su Gesù” di Padre Idelbrando A. Santangelo, oltre a decine di altri scritti, scaricabili dal sito www.preghiereagesuemaria.it, che rappresentano significativi momenti di farneticazione, ai limiti con l’indecenza, permessi dalla Chiesa, a scapito degli indifesi.


Padre Gnarocas, ad esempio, nella Parte IV di “L'aldilà stupenda realtà” descrive con dovizia di particolari, e con assoluta certezza del risultato, i “Mezzi per conseguire il paradiso”, fatto che neanche i Vangeli accreditati dichiarano con tale precisione:


1) “evitare il peccato grave”;


2) “i Nove Primi Venerdì del mese”; cioè fare la Comunione il Primo Venerdì del mese per nove mesi consecutivi (promessa fatta direttamente da Gesù a Margherita Maria Alacoque, introdotta da Papa Benedetto XV nella Bolla Apostolica, con la quale veniva dichiarata Santa);


3) “fare i Cinque Primi Sabati del mese”; cioè tutti coloro che nel Primo Sabato di cinque mesi consecutivi si confessano, si comunicano, recitano il rosario, e mi fanno compagnia (alla Madonna, ndr) per un quarto d'ora meditando sui misteri del rosario con l'intenzione di offrirmi un atto di riparazione (promessa fatta direttamente da Maria di Fatima a Lucia);


4) “recita giornaliera di Tre Ave Maria” (promessa fatta direttamente dalla Madonna a Santa Matilde);


5) “conoscenza del Catechismo”.


In questo modo, anche chi è più favorevole a credere, rischia di dubitare. Non è così che si racconta intelligentemente il divino, anzi si alimenta proprio il sospetto di una storia inventata; se dio fosse vero, infatti, non sarebbe necessaria alcuna opera di convincimento, tantomeno delegando alla Fede o a certe trovate.


Ma è comprensibile il loro utilizzo; infatti, non c’è documento, tra quelli disponibili, prodotti ufficialmente dalla Chiesa, in grado, sotto il profilo logico, scientifico, razionale, filosofico, fisico, chimico, antropologico, sociologico, letterario, filologico, biologico, medico, etologico, etnologico, astronomico, di convincere seriamente, con tutta l’obiettività di cui si può disporre, sull’esistenza di un dio creatore.


E a chi sostiene che il raziocinio non c’entri con il trascendente rispondo che offende Dio e noi: il primo, perchè mi aspetto voglia esserlo anche di chi ragiona, e noi perchè ci vuol ben altro perchè si creda a qualcosa solo sulla parola di qualcuno (cui prodest scèlsus is fecit).


"Dio vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tim. 2,4) e lo stesso papa Benedetto XVI nella lezione di Ratisbona ha dichiarato che "Non agire secondo ragione è contrario alla natura di Dio" e "Agire contro la ragione è in contraddizione con la natura di Dio".


La Ragione, o buon senso, è la guida fondamentale per l’Uomo. E’ la sua capacità di distinguere il vero dal falso e deve continuare ad adoperarla affinché possa essere in grado di prendere le sue decisioni liberamente, senza il consunto spauracchio della pena eterna.


(heidi)

 

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5 settembre 2009 6 05 /09 /settembre /2009 11:32

Con il 1947 nasce la fisica virtuale, anche se già nel XVII secolo, con il Meccanicismo, si fanno supposizioni su elementi della materia che di fatto non possono essere osservati: gli atomi.

Quindi scienza non solo in grado di stabilire regole attraverso l’osservazione diretta di un oggetto, ma di creare leggi attendibili anche e soltanto sull’esplorazione degli effetti prodotti da un oggetto non percepito, le cui esistenza e natura sono solo supposte.


Anche quando si parla del divino parliamo di qualcosa che si suppone esista, ma che i nostri sensi non percepiscono (non abbiamo una sua foto, un odore, una consistenza materiale) insomma, nulla di concreto, solo le possibili conseguenze.

Ma, mentre la percezione sensoriale di un dio potrebbe non essere cosa importante, fondamentali per la comprensione sono le sue realizzazioni. E’ con queste che l’Uomo deve fare i conti. E su questo piano cominciano le contraddizioni.


L’analisi empirica dell’atomo, gli esperimenti sulla materia, l’osservazione dei risultati portano sempre verso conseguenze replicabili, in qualunque momento da chiunque, quella del divino no. Anzi, l’osservazione fenomenologica immanente condotta scientificamente o attraverso la Ragione porta più facilmente ad una clamorosa assenza/esigenza del trascendente, piuttosto che ad una sua conferma, tanto meno ad una concezione teistica.

E’ facile pensare, dunque, che dalla comprensione della propria finitezza, l’essere umano abbia inevitabilmente bisogno di un benchmark, cioè di un modello di confronto per misurare lo scostamento dalla perfezione anelata, dal suo ideale bramato ed irrangiungibile, da un dio, appunto.


L’idea di un dio come esigenza (acquisita), dovuta ai limiti della sensibilità, cioè all’insufficienza dei sensi nel comprendere ciò che è nascosto nella natura, regolatrice passiva dei comportamenti e delle tendenze degli uomini risulterebbe efficace tanto quanto l’effettiva esistenza di un principium universitatis che governa l’universo; parafrasando Ludwig Feuerbach, “Non è Dio che crea l’uomo, ma l’Uomo che ha creato l’idea di Dio”.

E ancora una volta, come nel caso della mortalità dell’anima, l’uomo sarebbe in grado di condurre un’esistenza retta, anche sostituendo nella funzione della Vita la variabile “dio” con “idea di dio”.


Apparentemente un dettaglio, ma questa circostanza, opportunamente ufficializzata, produrrebbe vantaggi pantagruelici ed una serie di effetti a cascata che darebbero una nuova faccia al mondo e alla sua cultura: primariamente la superfluità della Chiesa e delle gerarchie omologhe, che le condurrebbe alla loro naturale rimozione, con la conseguente soppressione della loro ingerenza nelle scelte politiche addirittura su pure opinioni religiose come l’indissolubilità del matrimonio o la sacralità della vita dell’embrione, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici a vantaggio del circuito economico, e la comparsa di uno stato più laico, quindi più libero, come vagheggiato da Arminiani ed Erastiani nel ‘600, che non subirebbe più condizionamenti nè forzature, col risultato di ottenere un’umanità più concreta, forse più solidale, e certamente meno credulona.

 

(heidi)

 

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1 settembre 2009 2 01 /09 /settembre /2009 14:16
Perchè da quando esiste l'uomo pensante si parla di dio o di dei? E' un'esigenza innata a cui nessuno può sfuggire, è utile per l'efficienza del genere umano, o semplicemente è un pensiero imposto? Oggi in molti rispondono che se imposizione c'è stata è una questione passata; ora si è liberi di scegliere se credere in un dio trascendente, panteistico o in una carota.

Vero è che col Concilio di Trento (1545 - 1563) chi non si allineava alla Chiesa e dimostrava di avere una testa che tentava di ragionare veniva messo al rogo (G. Bruno) o doveva abiurare e starsene ai domiciliari (G. Galilei).
Ma anche oggi se non dimostri (è sufficiente ufficialmente!) di credere in un dio, la tua vita non è proprio una passeggiata. Tanto per cominciare sei una "negazione": un "non" credente, un "a" teo, ovvero manchi di qualcosa rispetto ad una "normalità" arbitraria ed imposta.
 
Seppur formalmente, qualcuno si è accorto della disparità e ha coniato il neologismo bright, che ha la stessa accezione di ateo, ma con una qualificazione positiva. E' un primo passo verso la parità, sia chiaro, non verso l'ateismo; anche in questo caso, infatti, ne sarei contrariato.

Provate, poi, a segnalare in un curriculum vitae di essere atei. Provate ad indicarlo sui "santini" di una campagna elettorale per le amministrative del vostro Comune. Provate a sfiorare l'argomento nell'assemblea di classe di vostro figlio.

Dunque, credere in un Dio, ed in particolare nel dio ebraico, meglio ancora cristiano, è un vantaggio, automaticamente un eloquente suggerimento per tutti, dalla nascita, ed una pulce nell'orecchio per chi è scettico sull'esistenza di un dio e radicale sull'esigenza di pensarla liberamente, senza coercizioni.

Escludendone l'utilità per l'efficienza del genere umano rimane il tema "esigenza innata".
Credere in un dio è un'esigenza innata? Diciamo che la risposta è articolata, ma sostanzialmente negativa.
Ad un certo momento della vita un individuo si domanda quale sia l'origine dell'esistenza, ma molto banalmente perchè ragiona sulla base del concetto spazio-tempo, è la peculiarità umana, che produce il limite di non riuscire a razionalizzare l'infinito. E se vogliamo classificare ogni cosa siamo costretti a dare un nome a ciò che non siamo in grado di capire e dimostrare.

Ma questa non è "l'esigenza innata di Dio" come vorrebbero farci credere alcuni.
Diciamo, quindi, che i fatti ci portano ad affermare che nessun dio è un soggetto fisico, ma sempre un'idea, che questa idea non è innata, che imporre l'esistenza di un dio facilita la sottomissione, specie delle categorie meno istruite e attive intellettualmente (escludendo gli speculatori) e che, a conti fatti, la sua strumentalizzazione permette di fare pure un sacco di soldi.

(heidi)

 

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“Quando considero la breve durata della mia vita, sommersa nell’eternità 

che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e financo che vedo, 

inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, 

io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci 

nessuna ragione perchè sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani. 

Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo 

tempo furon destinati a me?"


(da Pensieri, Blaise Pascal)

 

 

 

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Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.
(Conversazione a tavola di S.T. Coleridge).

 

Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani o potessero dipingere e compiere quelle opere che gli uomini compiono cone le mani i cavalli dipingerebbero immagini degli Dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli degli Dei simili all'aspetto che ha ciascuno di essi.                                 (Senofane)

 

Non cesseremo di esplorare 
E alla fine di tutto il nostro esplorare 
Arriveremo al punto di partenza 
E conosceremo il luogo per la prima volta.

                               (Little Gidding di T.S.Eliot)

 

 

Ho attraversato i continenti 
Per vedere il più alto dei mondi 
Ho speso una fortuna
Per navigare sui sette mari
E non avevo avuto il tempo di notare 
A due passi dalla porta di casa 
Una goccia di rugiada su un filo d’erba.

                                    (Rabindranath Tagore)

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