30 luglio 2011 6 30 /07 /luglio /2011 10:20

In molti sono dell’idea, anche se non lo ammettono pubblicamente, che la Chiesa non abbia nessun motivo di esistere. Gesù era della stessa opinione; scrittori e studiosi ripetono quanto la parola di Gesù sia stata stravolta per le convenienze politiche di Costantino dando una svolta drastica alla direzione dell’umanità, di cui ancora oggi se ne pagano a caro prezzo le estreme conseguenze. 

 

Gesù, in realtà, ha sempre voluto mantenere totale libertà nel modo di adorare Dio. In Giovanni 4, 19-26, quando la samaritana gli domanda in quale luogo debba adorare Dio, Gesù le risponde: “Credimi, donna, è giunto il momento in cui né su questo monte, né in Gerusalemme adorerete il Padre. Voi adorate quel che non conoscete, noi adoriamo quello che conosciamo, perché la salvezza viene dai giudei. Ma è giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità.

 

Con questa risposta – sostiene l’Abbè Pierre in un suo scritto – Gesù libera l’uomo dalla tutela abusiva delle istituzioni religiose per condurlo a un rapporto personale, a una comunione particolare con l’Eterno. Ciò che conta, dice in sostanza a questa donna, non è rendere culto a Dio in un luogo o nell’altro, in una maniera o nell’altra, seguendo l’una o l’altra tradizione religiosa, ma entrare in contatto con Lui attraverso una preghiera personale, in un’unione che non vuole affatto dire alienazione. Come già alcuni profeti di Israele, Gesù dimostra quanto possa essere vuota la pratica comunitaria non vivificata dalla fede amorevole di ciascun credente. Egli riabilita la persona all’interno della comunità. Rimanda l’uomo alla sua coscienza personale più che alle norme sancite dalla tradizione, talvolta protettive, talvolta soffocanti. Che rivoluzione!

 

E' ancora troppo precoce il pensiero di una Umanità liberata dall'idea di dio. L'alternanza di un ristrettissimo numero di valorosi che tenta di generare un'ermeneutica meno faziosa è poca cosa rispetto all'imponenza di un'organizzazione in grado di garantire privilegi a chi ne voglia appartenere senza fare troppe domande. E' facile credere a qualunque cosa, quando conviene.

 

Solo la fertilità di menti libere potrà consentire di ritenere deleteria ed inutile una struttura che pompa, da quando esiste, l'idea di forze spirituali intelligenti di cui essa sola è tramite autorizzato.

 

(heidi)

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16 febbraio 2011 3 16 /02 /febbraio /2011 23:12

Il tema dell’omosessualità, di così difficile trattazione, si dibatte da secoli. Ogni epoca ne ha data la propria interpretazione, più sulla base degli umori e dei luoghi comuni che di un’analisi accurata del fenomeno. Ed anche sotto il profilo morale, ogni volta le conclusioni si sono affidate alle convenienze prevalenti.


Una rivoluzionaria esegesi, però, dimostrerebbe una strumentale opera di depistaggio, da parte della cristianità, a cominciare dal tredicesimo secolo, capace di creare, sostanzialmente, una marcata distanza tra il plausibile messaggio delle Sacre Scritture e la sua versione ufficiale, che vorrebbe l’omosessualità come pratica dichiaratamente contraria alla volontà di Dio.

Nella Bibbia, infatti, non si scorgerebbero mai tracce discriminatorie nei confronti dell’omosessualità, né tantomeno verrebbe in alcun modo etichettata come attività viziosa. Nemmeno gli innumerevoli scritti medioevali sarebbero in grado di produrre riferimenti a qualche pregiudizio biblico nei confronti dei gay, compreso il famoso ed emblematico racconto di Sodoma e Gomorra, sul cui tema portante pressochè tutti gli studiosi convennero di poter escludere che potesse riferirsi ad una pratica contraria alla morale e riguardare, più semplicemente, l’ospitalità. Anche se bisogna aspettare la pubblicazione, nel 1955, di “Omosessualità e Tradizione Cristiana d’Occidente” di D.S. Bailey, perché diventi convinzione quasi unanime tra gli studiosi della Bibbia.

Artefice dell’inattesa controtendenza, e tra gli esperti più accreditati, fu lo storico cattolico statunitense John Boswell che, nel 1980, con Christianity, Social Tolerance and Homosexuality (Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo) sarebbe stato in grado di dimostrare, attraverso “una quantità sterminata di fonti non solo greche e latine, ma anche ebree e arabe, oltre che in volgare”, la generale noncuranza con la quale la prima Chiesa cattolica affrontò il fenomeno omosessuale, confermata anche dalle numerose usanze cristiane facilmente interpretabili come antesignane del matrimonio fra persone dello stesso sesso, come nel caso della cerimonia dell’adelphopoiesis.

In qualunque espressione artistica medioevale, poi, si possono scorgere continui esempi di vita gay; nella musica, nella poesia, nella letteratura. Infinite sono le pagine che trattano di amanti dello stesso sesso. Nell’antica Roma, i matrimoni erano considerati pratica legale, non rara, adottata da qualunque ceto, fino agli imperatori e priva di giudizi che la considerassero in qualche modo anormale.

Vero è, che già dai primi secoli ci fossero cristiani ostili “verso ogni forma di sessualità che non fosse potenzialmente procreativa”, ma con alta probabilità era solo una credenza dei ceti più umili, non supportata da alcun concetto del Vecchio Testamento.
Ed è lecito pensare che anche quei teologi che si sentirono di sfruttare questo sentimento per persuadere quanti più cristiani a comportamenti sessuali responsabili, finalizzati al concepimento, non lo facessero come monito nei confronti degli atti omosessuali, quanto col nobile obiettivo di ridurre, se non di evitare, l’omicidio o l’abbandono nel caso di concepimenti non voluti, confermando l’assoluta non intenzionalità di considerare l’omosessualità un’azione corrotta. L’astinenza, infatti, era a quel tempo il solo metodo anticoncezionale efficace conosciuto.

Un’altra causa di distorsione interpretativa sull’omosessualità da parte delle Sacre Scritture deriverebbe da errori di traduzione dall’ebraico e dal greco antico, lingue di origine, insieme all’aramaico, dei libri che compongono la Bibbia.

A questo proposito, diventano interessanti alcune tra le analisi semantiche proposte nel libro Gay: diritti e pregiudizi. Dialogo «galileiano» contro le tesi dei nuovi clericali, in cui gli autori Federico D'Agostino, ordinario all’Università Roma Tre e Sciltian Gastaldi, scrittore e giornalista, si soffermano sui passi biblici mertevoli di studio, facendo notare che, ad esempio, nella Bibbia della Cei, quando si parla di “sodomiti” si vogliono intendere i gay, anche se per la Bibbia originale “sono unicamente gli abitanti di Sodoma”; oppure che malakoi’ è tradotta arbitrariamente con ‘effemminato’, ma il “malakos” era il moralmente debole”, ossia colui che cerca di vivere nel lusso pur non essendo disposto a faticare per conquistarselo. E, ancora, “la Bibbia in latino parla di ‘molles’, che è chiaramente traducibile in italiano con ‘molle d'animo’, o ‘coloro che mancano di forza’. Tradurre ‘molles’ con ‘effemminato’, come fa la Bibbia della Cei, è perseguire un fine, non certo offrire una traduzione fedele.” 
E non esistendo “parole come ‘omosessualità’, ‘omosessuale’, ‘sesso’, ‘amore romantico’” diventa particolarmente delicato attribuire loro una traduzione esatta con assoluta certezza; per esempio, bisognerà attendere il 1869 per incontrare il termine di ‘omosessualità’, come lo intendiamo oggi, coniato dallo psicologo tedesco Karoly Maria Kertbeny.

Un altro equivoco significativo è possibile scorgerlo, come fa notare Boswell, nella lettera ai Romani (Romani 1:26-27) quando si parla di ‘contro natura’.
Ad un’analisi meno superficiale pare che Paolo voglia dire è ‘cosa insolita’ e non ‘contro la legge naturale’, come viene spesso interpretato, non in linea neanche con la stessa Chiesa dei primi secoli. Infatti, “il concetto di legge naturale non fu pienamente sviluppato se non circa 1200 anni dopo. Tutto ciò che Paolo con ogni probabilità voleva dire era che era insolito che le persone potessero avere quella specie di desiderio sessuale. Ciò è reso maggiormente chiaro dal fatto che nella stessa lettera ai Romani, al capitolo 11, Dio stesso viene infatti descritto come colui che agisce ‘contro natura’ riguardo alla salvezza dei gentili. È pertanto inconcepibile che tale espressione connoti l’immoralità.”

A volte, invece, è il contesto biblico ad essere sotto inchiesta, come nel caso del Levitico, libro nato (e con questo fine dovrebbe essere letto) per stabilire leggi d'igiene per un popolo che stava attraversando il deserto e non per condannare prassi o persone; in particolare, in Levitico 18:22, ancora una volta è l'idolatria ad essere additata, non l'omosessualità.

Abbiamo visto, dunque, che attribuire alla Bibbia, con certezza assoluta, giudizi circa l’omosessualità è un esercizio non rigoroso, essendoci a disposizione innumerevoli elementi di confutazione. Diventa rilevante, allora, capire quale sia l’origine di un tale cambiamento intellettuale.

Chi si aspetta un evento chiave a questo proposito rimarrà deluso perché dalle conclusioni a cui si giunge attraverso i numerosi e, a volte, contrapposti lavori di ricerca sembrerebbe sia cominciato tutto per caso, più o meno intorno al 1150, apparentemente senza casus belli, determinandosi ad un certo punto una crescente inspiegabile intolleranza verso ebrei, musulmani, streghe e, appunto, omosessuali.

In modo piuttosto inatteso, “verso la fine del XIII secolo dormire con un ebreo fu equiparato a dormire con un animale o un assassino e in Francia, gli ebrei, secondo San Luigi, dovevano essere uccisi sul posto se dubitavano della fede cristiana.” “Le donne furono improvvisamente escluse dalle strutture di governo alle quali avevano avuto accesso fino a quel momento, non fu loro più permesso frequentare le università; i monasteri misti furono chiusi e nel 1180 gli ebrei furono espulsi dalla Francia.”

Diventa pensiero comune che gli omosessuali “molestino i bambini, vìolino la legge naturale, siano delle bestie e causino danno alle nazioni che li tollerano. In un solo secolo, tra il 1250 e il 1350, quasi tutti gli stati europei si dotano di una legislazione civile che prevede la pena di morte anche per un singolo atto omosessuale.”

Da qui, la teologia cristiana comincia, taluni dicono, a subire, altri, ad approfittare della situazione, tentando, grazie anche a Tommaso d’Aquino che si ritaglierà un ruolo di primo piano nelle argomentazioni, “di dipingere l’omosessualità come uno dei peggiori peccati, secondo solo all’omicidio.”

Evidentemente, non si è ancora giunti ad un esito definitivo ed alcune delle ‘nuove’ teorie non sono del tutto convincenti, ma se non altro è stato spostato il baricentro dall’assoluto, suggerendo agli “uomini di buona volontà” di perseverare nella ricerca prima di giungere a conclusioni affrettate solo perché condivisibili o convenienti.


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1 novembre 2010 1 01 /11 /novembre /2010 14:50

E’ un’idea prescritta. Da migliaia di anni l’uomo ha bisogno di credere alla propria immortalità anche se mai è stata confermata da alcuna disciplina competente. E’ un’idea. Dell’Uomo. Non ci sono prove, né scientifiche né razionali. 

Ciò nonostante, le religioni, e molte filosofie, parlano dell’immortalità della coscienza come di un fatto.


Intere culture ne hanno professato il mito. Gli antichi governanti egiziani riempivano le loro tombe “degli agi e dei lussi della vita affinchè il corpo avesse quello che potesse servire quando si fosse riunito con il Ka”, l’anima. Addirittura alcune religioni descrivono come sarà quella nuova forma di consapevolezza, fin nei particolari, senza spiegare, però, quale possa essere la prerogativa per cui un cristiano dovrebbe viverla diversamente da un musulmano o da un’induista.

Senza alcun rigore, si spiega idealmente un oggetto metafisico attraverso categorie umane, 

ottenendone un risultato inutilizzabile.

 

Fino ad oggi, quindi, tutto ciò che si è scritto, e detto, su questo tema è pura credenza, poiché non esistono prove che la coscienza sia immortale, non avendone, peraltro, ancora definita la sua natura. 

E la storia insegna che con le credenze si sono assoggettati i popoli, la cui liberazione intellettuale si è avuta solo quando è intervenuta la scienza. Quindi è lecito il sospetto di una strumentalizzazione.

 

Ed è proprio per fugare ogni dubbio che la Chiesa, anche per la propria apologetica, dovrebbe collocarsi in testa ai finanziamenti per la ricerca in questo ambito, prima ancora che per investimenti che non le appartengono, per poter confermare la propria buona fede.

 

A differenza delle divinità, la coscienza è, infatti, un attributo personale dell’Uomo, non è altro da sè, per cui l’argomentazione scientifica è legittima, oltre che fondamentale.

Mentre Dio è tabù e diventa blasfemo qualunque tentativo scientifico o logico di escluderne l’esistenza o cercare di determinarne la natura, la coscienza è umana, quindi lecitamente esaminabile.

E solo facendo ricerca, e dedicandole il tempo necessario, si può chiarire se la coscienza sia o meno qualcosa che non può far altro che perire irrimediabilmente con la morte del corpo o sopravvivergli.

 

Considerando tutte le informazioni note fino ad oggi, esperimenti, teorie, conoscenza della materia, speculazioni filosofiche, ottenute in centinaia di anni da migliaia di persone dotte e qualificate, la probabilità che la coscienza personale possa vivere in eterno è tanto bassa quanto la caduta di un meteorite alle 8:27 di domani e proprio sopra la vostra vettura.

Anche se la possibilità esiste.

 

L’eventualità dell’immortalità si basa soltanto sul fatto che la nostra conoscenza della fisica è ancora lontana dall’essere esaustiva, quindi per dovere di precisione non si possono trarre conclusioni, per così dire, affrettate. Ma quello che conta, è l’aspetto concreto, cioè quello che, molto probabilmente, è, e gli indizi non sono a favore di una sopravvivenza eterna della consapevolezza individuale.

 

(heidi)

 

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21 marzo 2010 7 21 /03 /marzo /2010 01:42

La natura è bella, è nostra madre, noi siamo natura. Fatti, apparentemente ineccepibili. Nelle evidenze, però, la natura non è incantevole e, soprattutto, così madre. Intendo dire, è necessariamente madre perché ci ha generati, ma non anche perché benevola. Infatti non è sua prerogativa proteggere i propri figli. 


E’ palese come nello svolgimento delle sue funzioni essa tuteli solo se stessa, con meccanismi, tutt’altro che materni o amichevoli, finalizzati a prolungare la propria vita, non curandosi della difesa della singola creatura. 


Così, quando pensiamo ad essa immaginando un tramonto infuocato in riva al mare, ai cinguettii in un bosco secolare, ai pinguini che giocano sui ghiacciai dell’Antartide, all’aurora boreale dei paesi nordici o alla nascita di un cucciolo in qualunque angolo della Terra, stiamo commettendo un peccato di omissione perché, parallelamente, dovremmo annoverare tutte le modalità cruente e spietate a cui ricorre per la propria sopravvivenza: abbandoni, uccisioni, inganni, ingiustizie, malattie, morte; come una perfida regina, chiede il sacrificio costante della singola vita per la sopravvivenza della Vita. Basta immergersi negli istruttivi documentari naturalistici per rendersi conto che la natura non è amica del singolo. E’ l’economia globale a prevalere. (Si è stati cattivi spettatori della vita, se non si è vista anche la mano che delicatamente uccide - F.Nietzsche).


Solo l’Uomo si sforza continuamente di andare “contro natura”, comportandosi secondo un’etica, da lui creata, vivendo faticosamente di sentimento in un mondo che non ha spazio per l’emozione. 

 

La natura non ha un’etica, ha una forza. Vincono il più resistente o il più astuto, mai l’indulgenza: questa, appena faccia capolino viene duramente punita, a meno di un vantaggio finale pro natura. E’ regolata da leggi, tassative, inoppugnabili, a cui non deroga; come in informatica, è possibile solo ciò che è programmato, il resto non verrà mai eseguito, anche se da quell’operazione dipendesse la sopravvivenza di un’esistenza.


anche la sua bellezza non è sincera, ma subdolo strumento per ammaliare le sue prede. Solo la ragione dell’Uomo (se ben allenata) talvolta può sfuggirvi. 


Su tutto, ed in assoluto, prevale, nelle sue diverse forme, il tornaconto, la convenienza, il guadagno. E se esiste l’eccezione, questa servirà per confermare la regola; la natura ha pensato anche a questo. A qualunque situazione si provi a pensare, risulterà che il fine ultimo è sempre 'lei' attraverso l’interesse individuale, per qualunque suo elemento, dall’atomo alle galassie. 


E noi non possiamo sfuggire a questa regola, anche quando ci illudiamo di farlo, fidandoci di una coscienza che percepiamo onesta ed amica; nei fatti esegue ordini dall’alto, un modo escogitato dalla natura per effettuare la sua volontà. 


Aiutiamo gli altri pensando di essere altruisti, ma lo facciamo per noi stessi, perché un giorno potremmo avere bisogno di qualcuno che si occupi di noi, o per il capriccio di metterci in mostra. Intanto chi se ne avvantaggia è la natura. Si mettono al mondo figli fingendo che sia utile, ma non si è ben capito perché lo si faccia. Le motivazioni che ho raccolto nel tempo sono tutte patetiche quando non addirittura mostruose; qualcuno lo giustifica con la paura di rimanere solo, qualcun’altro per non apparire anticonvenzionale. C’è chi lo fa per dare un fratellino alla sorellina (e la sorellina per quale motivo?!) e chi per aumentare l’assegno familiare. Una volta era per avere più braccia nei campi!! Poi c’è chi lo fa per Dio e chi per mille altri motivi. Tutti egoistici. C’è qualcuno che pensa al bambino che nascerà? 


Secondo il prof. Richard Dawkins (1941), famoso etologo dell’Univerità di Oxford, negli esseri viventi l’origine di questo tornaconto (potremmo chiamarlo il “peccato originale”) è il gene, molecola proteica dei caratteri ereditari, a cui Madre Natura ha delegato questo compito.


Se si osservano i comportamenti di tutte le specie viventi, infatti, ci si accorge che questa intuizione, proposta nel 1976, è terribilmente verosimile. 


E’ chiaro che il gene non agisca con intenzionalità, ma di fatto la sua ontologia ne evidenzia una finalità di sopravvivenza, a prescindere da ogni cosa.


Il gene, dal momento della sua comparsa ha voluto sopravvivere ed ha escogitato per la sua protezione una “macchina” sempre più raffinata che potesse veicolarlo nello spazio e nel tempo, suggerendole il modo migliore per farlo sulla base dell’ambiente circostante. 


Attraverso un codice (genetico) la “macchina” sarebbe portata ad agire facendo scelte in grado di assicurare al gene la propria maggior probabilità di sopravvivenza. Il codice non solo le suggerirebbe caratteri morfologici come la pelle scura per una migliore protezione dal sole in territori prevalentemente soleggiati, o pellicce folte per geografie dalle temperature rigide, ma stabilirebbe per il suo cervello (negli animali) soglie probabilistiche di “accettazione o rifiuto” per tutti gli eventi casuali; “stupide” macchine, dunque,  con l’unico scopo di preservare "il gene egoista". 


Ecco una delle spiegazioni alla c.d. coazione a ripetere del genere umano, così evocata da psichiatri e affini: in assenza di una sufficiente consapevolezza/forza di volontà continuiamo a ripetere i nostri errori perché il cervello (noi) è stato programmato in questo modo dal gene (“a sua immagine”), nostro vero creatore (“Dio è dentro di noi”!) per la sua propria utilità, la sua propria sopravvivenza.


Quante volte abbiamo rimarcato il comportamento animale come intelligente senza accorgerci che non è tanto quello ad essere intelligente quanto il nostro ad essere automatico, con la sola differenza che noi ci rendiamo conto di cosa stiamo facendo.


Uno scenario insolito ed angosciante, per un certo verso, ma dedotto da studi annosi, effettuati con grande meticolosità da studiosi di tutto il mondo, le cui evidenze non lasciano dubbi.


Esempi sono offerti da alcune specie di uccelli come il cuculo Britannico o gli “Indicatori del miele” caratterizzati dal deporre le uova nel nido di altri uccelli, che nel venire alla luce prima dei fratelli e sorelle adottivi, li uccidono, meccanicamente, gettando le uova dal nido o colpendole col robusto becco ricurvo, con lo scopo di avere più cibo per se stessi e quindi maggior probabilità di sopravvivenza per il gene. Comportamento, in alcune specie, adottato addirittura nei confronti di fratelli naturali! Poiché il primo nato dovrà competere con fratelli e sorelle non ancora sgusciati, potrebbe essere vantaggioso cominciare la vita col gettare giù almeno una delle altre uova.


Si è visto che quando una madre viene abbandonata dal suo compagno vorrebbe più di ogni altra cosa (il suo gene lo vorrebbe per la propria sopravvivenza!) ripartire le fatiche di allevare un figlio con un altro maschio, ma per fare questo dovrebbe ricorrere all’inganno e poiché il piccolo non porta nessun gene del patrigno, la natura, in alcuni casi, ha escogitato il modo per tutelare i maschi dalla trappola.


Tra i topi è stato individuato un comportamento denominato “effetto Bruce” che consiste nella produzione, da parte del maschio, di una sostanza chimica che, se viene fiutata da una femmina gravida, può causarle l’aborto. Il meccanismo è così sofisticato che la topolina abortisce solo se l’odore è diverso da quello del suo precedente compagno. Così il topo maschio distrugge i suoi potenziali figliastri, sicuro che la progenie di quella topolina, da quel momento, conterrà per metà anche i suoi geni.

Atteggiamento molto simile a quello dei leoni maschi che, appena arrivati in un nuovo branco, di solito uccidono tutti i cuccioli presenti, presumibilmente perché non sono figli loro. 


Nonostante tutto (o proprio per questo) la natura è in continuo divenire, un gioco al massacro che produce sempre nuovi discendenti, semplici strumenti di una dinamica opportunistica, dalla quale non procurarsi alcuna utilità.


L’essere umano è l’unico, fino ad oggi, che potrebbe ribellarsi; è risaputo quanto la ragione umana ottenga grandi vantaggi per la sua specie quando prevale sulla natura: la lotta alle malattie ne è un esempio. Ma assecondarla è meno dispendioso in termini di energia; si sa, la massa è passiva, pigra, incapace di comprendere che liberarsi dalle sue leggi, significa migliorare la condizione umana, quindi rinuncia e accetta, facendosene una ragione.


Tutto previsto.

 

(heidi)

 

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17 gennaio 2010 7 17 /01 /gennaio /2010 18:48

L’essere umano, per poter sopravvivere, ha la necessità di abituarsi ai fatti della vita perdendo, nel tempo, quello stupore tipico dei bambini che emerge di fronte a situazioni inaspettate o contraddittorie. Tale disincanto lo porta spesso a collocare sullo stesso livello fatti di valore differente, rendendolo incapace di discernere concetti risibili da quelli rilevanti.


Su questa base, quando si parla della Chiesa cattolica diventa essenziale rimarcare che, proprio per la missione che si è prefissata, essa deve inevitabilmente possedere un carattere virtuoso. In assoluto. E’ inaccettabile la più piccola iniquità, al suo interno come nelle relazioni con l’esterno.

Chi ha deciso di professare il Bene e assurgere dogmaticamente al ruolo di unico portavoce di Dio deve esserne assolutamente attrezzato. Non può permettersi il più piccolo errore (a cui dovrebbe riparare immediatamente e pubblicamente al suono di tromba), non deve essere causa della minutissima ingiustizia, deve dedicarsi attivamente, completamente e senza sosta alle pene del mondo, deve essere rigorosa con se stessa e tendere il più possibile, e più di tutti, alla perfezione, perché stiamo parlando di Dio! Nulla dovrebbe essere professato al di fuori di Umiltà, Povertà, Solidarietà, Amore, poco importa se nel nome della Castità.

Questo deve essere la Chiesa cattolica, per il ruolo che vuole ricoprire: emblema del Bene, nel quale sarebbe facile e naturale, da parte di tutti, riconoscersi. Il contrario è contraddizione.


Purtroppo la realtà è radicalmente un’altra ed è su questo che bisogna fatalmente discutere.

Dai cattolici (praticanti, in primis) ci si dovrebbe aspettare, per coerenza con le loro predicazioni, elevata preparazione sui comportamenti, storici e attuali, della loro Chiesa, obiettività di giudizio ed una vigorosa indignazione per essere stati offesi da una corporazione che predica bene ma razzola malissimo, perchè non risentirsene significa approvazione, quindi corresponsabilità.

Questi dovrebbero essere i cattolici meritevoli di questo nome, cioè accoliti della religione “universale”, che si autocelebra la migliore dell’universo, l’unica plausibile e vera.

Invece ci troviamo di fronte persone deboli e consenzienti, che sentenziano con veemenza contro chi mette in discussione l’operato oggettivo della Chiesa, senza mettersi in discussione e senza chiarire cosa stiano difendendo.

Il fariseismo è conveniente, ma non è leale. E la slealtà è peccato. Ed il peccato non va reiterato perché conduce alla pena eterna e perchè chi reitera dimostra di non credere alla pena eterna. Quindi a Dio.


E allora vediamolo concretamente qual è (stato) il comportamento degli “amministratori della parola di Dio”; se non altro per togliere qualsiasi dubbio a chi pensa di vivere nel Regno di Utopia, dove esiste un dio buono, professato da una Chiesa buona e giusta.

Sia ben chiaro che sono perfettamente conscio che anche qui, come ovunque, si possano incontrare sacche di comportamenti ineccepibili; non sarebbe una corretta analisi se non ne tenessi conto. Ma purtroppo questa è un’altra storia e come tale non sposta la questione.

Un errore che spesso si compie nell’analisi storica è di sentirsi più magnanimi di fronte a certi accadimenti solo perchè sono avvenuti molto indietro nel tempo.

Allora, a scanso di equivoci, diciamo subito che qui si considera che l’omicidio sia tale sempre e che la perdita di una vita umana abbia pari valore, indipendentemente dal momento in cui è avvenuta.


Malgrado, questo sia un concetto piuttosto noto anche alle gerarchie clericali, nel 1184, Papa Lucio III e l'Imperatore Federico Barbarossa, ebbero l’acuta idea di fondare ufficialmente e nel nome della Chiesa cattolica, con la costituzione Ad abolendam diversarum haeresum pravitatem, la “Santa” Inquisizione, con lo scopo di indagare e punire tutti coloro che avessero idee non allineate con quelle cattoliche riconosciute autorevoli, diventando l’emblema della prevaricazione perpetrata.

Solo per aver pensato ad una tale barbarie, la Chiesa avrebbe dovuto deporre, hic et nunc, ogni potere, temporale e, tanto più, spirituale. E la questione potrebbe terminare qui.

Ma, al contrario, l’idea piacque così tanto che ritenne di organizzare anche “sottofamiglie inquisitorie” tra le quali quella Romana, voluta da Papa Paolo III nel 1542, e che conterà 1250 condanne.

Non solo. Si dev’essere sentita orgogliosa toto corde anche dei risultati ex post perchè quando alla fine, nel XIX secolo, via via gli Stati europei soppressero i tribunali dell'Inquisizione, lo Stato pontificio fu l’unico a prorogarli facendoli diventare nel 1908, con Papa Pio X, Sacra Congregazione del Sant'Uffizio, e nel 1965, con Papa Paolo VI, Congregazione per la dottrina della fede, che ufficialmente ha il “compito di promuovere e di tutelare la dottrina della fede e i costumi in tutto l'orbe cattolico: è pertanto di sua competenza tutto ciò che in qualunque modo tocca tale materia”. Attualmente operativa.

Non bisogna dimenticare, altresì, che fino al 1252 i condannati hanno goduto di una relativa grande fortuna, perchè il 15 Maggio di quell’anno, con la bolla Ad extirpanda, l’’amabile’ Papa Innocenzo IV, riterrà utile introdurre nel processo inquisitorio l’uso della tortura.

Impossibile esporre una completa rassegna delle azioni raccapriccianti di cui la Chiesa cattolica si è resa artefice, ma è sufficiente accennare a due vicende, prese come campionario infinitesimo, ma ben rappresentativo, di ciò che è stata in grado di commettere, senza che mai, al suo interno, qualcuno sentisse il dovere di opporsi.


Fra’ Dolcino da Novara, decantato nel XXVIII canto dell’Inferno, 54-60, con parole che Dante fa dire a Maometto, è la figura storica di spicco del movimento degli Apostolici, o "minimi", nel quale approdò nel 1291, quale epigono del fondatore Gherardo Segarelli.

Dal modus operandi et vivendi, evidente era la distanza della Chiesa dai principi cristiani ed il movimento sentì automaticamente l’esigenza di diffonderne la questione. Venne predicata l'ubbidienza alle Scritture, rimarcando che non prevedessero la costituzione di una organizzazione clericale, l'imminenza del castigo celeste provocato dalla corruzione dei costumi ecclesiastici, l'osservanza dei precetti evangelici e la povertà assoluta, anelando ad un cristianesimo laico, non sottoposto alle gerarchie.

Sia Segarelli sia Dolcino furono arsi al rogo rispettivamente il 18 Luglio 1300 ed il 1º Giugno del 1307.

Le torture, ben documentate, che fra’ Dolcino dovette subire con tenaglie arroventate prima di essere arso al rogo, sono indicibili e ciononostante vi sono autori prelati che, malgrado l’evidenza documentale, non riferiscono in alcun modo di torture a cui sarebbero stati sottoposti i due Apostolici, negando talvolta, la morte al rogo sulle rive del Cervo di Margherita Bonininsegna, compagna di Dolcino, affermandone, al contrario, perfino la sua liberazione.

I modi illegittimi e spaventosi impiegati per tenere a bada gli eretici, sono ben rappresentati anche in Un modello di vita umana, di Uriel da Costa, in cui si racconta in quale maniera lo stesso venga riabilitato, in seguito ad abiura, da due scomuniche del 1623 e del 1633, in quest’ultimo caso per aver sostenuto che la legge di Mosè era un’invenzione umana in contrasto con la legge di natura:

 

Nudo fino alla cinta, con il capo coperto, a piedi scalzi, tenevo le braccia attorno a una colonna. La guardia si avvicinò e mi legò le mani attorno ad essa. Cessati i preparativi, si avvicinò il cantore, prese la frusta e mi rifilò trentanove scudisciate, come esige la tradizione. Un salmo fu cantato durante la flagellazione. Quando tutto fu finito e mi ritrovai accasciato a terra, un cantore si avvicinò e mi liberò dalla scomunica. (...) La guardia mi teneva la testa, e tutti coloro che uscivano dalla sinagoga mi passarono sopra, calpestando le parti basse del mio corpo.

 

Da “sempre” (iperbole prossima al vero) la Chiesa si è esercitata in abusi trasversali, dando prova di sè e della sua (pre)potenza in molti modi: Inquisizione, Crociate, guerre di religione (scioglimento del movimento degli Apostolici da parte di Papa Onorio IV, 1286, sterminio e persecuzione dei valdesi in Piemonte, 1600), massacri di protestanti e musulmani (massacro dei Catari, 1244, con più di 200 arsi al rogo), condanne al rogo di intellettuali e scienziati (Gherardo Segarelli, 1300, Dolcino da Novara, 1307, Giordano Bruno, 1600), conversioni forzate (processo a Galileo Galilei e al calabrese Tommaso Campanella), sostegno dello schiavismo, crimini contro gli aborigeni australiani, ostacoli ideologici al progresso medico e scientifico, appoggio al colonialismo, processi alle streghe. Non ultimi i casi di pedofilia, ma anche i campi di annientamento cattolici in Croazia, del 1942-43, organizzati dai cattolici ustascia; il lager di Jasenovac governato dal frate francescano Miroslav “Sorella Morte” Filipovic.

Dai documenti a disposizione degli studiosi si rileva che ogni volta, papa e gerarchie ecclesiali, sono stati ben informati di queste atrocità, ma che non hanno mai fatto sostanzialmente nulla per impedirle.


Chi ha deciso di professare il Bene e assurgere dogmaticamente al ruolo di unico portavoce di Dio deve esserne assolutamente attrezzato. Non può permettersi il più piccolo errore (a cui dovrebbe riparare immediatamente e pubblicamente al suono di tromba), non deve essere causa della minutissima ingiustizia, deve dedicarsi attivamente, completamente e senza sosta alle pene del mondo, deve essere rigorosa con se stessa e tendere il più possibile e più di tutti alla perfezione, perché stiamo parlando di Dio! Nulla dovrebbe essere professato al di fuori di Umiltà, Povertà, Solidarietà, Amore, poco importa se nel nome della Castità.

Ma, ancor più, chi ha commesso tutti questi crimini, non deve e non può attribuirsi il diritto d’insegnare al Mondo cosa sia Giusto.

Per ogni essere umano che la Chiesa cattolica ha ucciso, direttamente o indirettamente, dovrebbe nominarne il nome ogni volta che nomina quello di Dio, di Gesù, della Madonna o dei Santi; solo in questo modo la comunità umana potrebbe cominciare a prendere in considerazione la credibilità di un mea culpa.


Fino a quando un rituale di questo tipo non sarà messo in atto, i sospettosi come me continueranno a pensare che la Chiesa ritenga che, tutto sommato, quelle azioni non fossero così prive di un qualche conatus di giustizia.

 

(heidi)

 

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29 novembre 2009 7 29 /11 /novembre /2009 19:42

Spesso, nel senso comune, quando si vogliono stabilire un concetto, o un testo, come unica ed ultima autorità, assoluta e dogmatica, si usa definirli “la bibbia” di quell’insegnamento.

Il parallelismo col Testo Sacro è dovuto alla presunta origine di quest’ultimo, comunemente creduta divina, più correttamente ridimensionata quando si risale alla sua esatta genesi.


La Bibbia è un libro cristiano che nasce nel 367 E.v. (o d.C.) come raccolta di libri, per opera di Atanasio di Alessandria, il cui processo di selezione si vedrà concluso collegialmente solo nel 1546, col Concilio di Trento. 

Analiticamente, può essere suddivisa in due parti: il Vecchio (o Antico) Testamento ed il Nuovo Testamento, ovvero la Tanakh ebraica, costituita, a sua volta, dalla Torah, o Pentateuco (Genesi, Esodo, Levitico, Numeri, Deuteronomio), gli Scritti (ai quali appartengono i Libri sapienziali di cui fanno parte i Salmi), i Libri storici, i Libri profetici, i quattro Vangeli sinottici, le Lettere di Paolo, le Lettere cattoliche, gli Atti degli Apostoli, l’Apocalisse, in cui il numero complessivo dei volumi è differente a seconda della comunità ecclesiale che l’adotta come proprio fondamento.


Due le informazioni, già molto importanti, che si possono fin qui rilevare: la data. Vede la luce più di trecento anni dopo la morte di Cristo, mettendocene più di mille (di accorgimenti) per raggiungere la versione da noi conosciuta; e l’arbitrarietà del contenuto. Innanzi tutto una umana selezione di umane opere letterarie (che spiegano il perchè dei diversi stili) taluni derivanti da tradizioni orali (motivo per cui alcuni testi sono anonimi) poi, un diverso numero di libri, più numerosi (73) per le Chiese cattolica (dal greco katholikòs, cioè "universale") ed ortodossa (che non riconosce il primato papale, il Purgatorio e non ammette la grazia creata, credendo alla partecipazione dell'uomo alle energie divine increate), rispetto a quelli (66) inseriti dalle comunità nate dalla riforma protestante del sedicesimo secolo.


Va da sè che un’intenzionalità divina avrebbe dovuto salvaguardare nel tempo, magari attraverso l’ispirazione dello Spirito Santo, lo stesso numero di libri, a prescindere dall’utenza.

Se ne deduce che la Bibbia sia ‘invenzione’ della Chiesa, voluta nè da Gesù, nè, tanto meno, dal Padre celeste, risultando, senza troppi scrupoli, prodotto della Chiesa, assieme alla liturgia, ai sacramenti, al Purgatorio, facendo emergere una realtà così poco romantica e, soprattutto, depauperata dell’accezione di ‘origine divina’.

Non dimentichiamo che durante il Medioevo, e gran parte del Rinascimento, la Chiesa cattolica è stata l’autorità intellettuale dominante in tutta Europa. Gli studiosi europei del Medioevo erano membri del clero; le università, in cui il sapere antico veniva praticato e diffuso, erano scuole ecclesiastiche.


Ma quanti cattolici conoscono queste cose? Perchè questo è un punto importante. Non solo perchè un’origine non divina (diversa e molto più modesta) del caposaldo di una religione monoteista determinerà confutazioni perenni (un conto è che quelle cose le abbia dette una mente trascendente divina, un altro è che quei contenuti provengano da un lavoro umano, con tutti i (leciti) sospetti che ne derivano sulla finalità dell'opera), ma anche perchè il risultato editoriale è paragonabile a quello che si potrebbe ottenere da una raccolta di poesie orientali, di epoche diverse, unite alla Divina Comedia di Dante, a cui venisse attribuito un messaggio di verità unica, dogmatico, risultando necessariamente occulto e contraddittorio. Come di fatto è la Bibbia.

Ne discende che chi professa il proprio credo, magari porta a porta, basandolo letteralmente ed esclusivamente sulle Sacre Scritture, stia facendo un imperdonabile errore, perchè è come se volesse insegnare a costruire una casa ad una controparte, trincerandosi dietro la lettura puntuale di indicazioni tratte da un manuale di edilizia, ricavato da appunti ben riportati, ma trovati in soffitta, di provenienza dubbia e non sempre firmati; la Bibbia, infatti, è il testo che afferma che Sole e astri ruotano attorno alla Terra. E Dio doveva ben sapere come stessero esattamente le cose.


Quindi, attenzione a come si legge la Bibbia perchè di ingenuità così vistose non ve ne sono poche, tanto che il filosofo-teologo Ephraim Gotthold Lessing non esitò a definire l’Antico Testamento “libro elementare per fanciulli”.

“Il biblicismo è una pericolosa malattia, è la paralisi dello spirito, l’incatenamento della libertà alla lettera scritturistica che spesso produce il fanatismo fondamentalista delle sette, pericolosa prigione alla quale è preferibile lo scetticismo di chi continuamente ricerca”, come afferma il moderato, ma attento, teologo Vito Mancuso.

Chi racconta Dio basando le proprie affermazioni soltanto sulla Bibbia, dimostra di non aver argomenti, perchè la Bibbia è contraddittoria e fantastica, e per fare un discorso sensato è inevitabile fare omissioni, o passare dal simbolico al reale, a seconda della propria convenienza, ottenendosi discorsi che sono pura interpretazione personale.


Per esempio, da una personale statistica, tecnicamente significativa, risulta che pochissimi sono coloro che conoscono il contenuto dei 150 Salmi che costituiscono il Vecchio Testamento e che fanno parte della Bibbia, non pochi dei quali dipingono un’immagine di Dio poco incline al perdono, addirittura vendicativa, e che proprio per questo ci si guarda bene di discutere negli incontri a tema religioso, dalla cui lettura diventa facile spiegare anche molti dei comportamenti dei c.d. “credenti (borghesi) della domenica”, che ciascuno conosce, i quali si sentono (immotivatamente e goffamente) tanto a posto con la coscienza quanto pronti a sottoporre a sommarie sentenze, come empi, tutti coloro che la pensano, in termini religiosi, diversamente da loro.


Per potersi fare un’opinione in merito, Salmo 11: “Egli farà piovere sull’empio carboni accesi; zolfo e vento infocato sarà il contenuto del loro calice”. Salmo 21: “La tua destra colpirà quelli che ti odiano. Tu li metterai come in una fornace ardente quando comparirai (...) il fuoco li divorerà. Tu farai sparire il loro frutto dalla terra e la loro discendenza tra i figli degli uomini (...) con il tuo arco mirerai diritto alla loro faccia”. Salmo 58: “O Dio, spezza loro i denti in bocca; o Signore, fracassa le mascelle dei leoni! (...) Siano come lumaca che si scioglie strisciando; come aborto di donna, non cedano il sole. (...) Il giusto si rallegrerà nel veder la punizione, si laverà i piedi nel sangue dell’empio, e la gente dirà: certo, vi è una ricompensa per il giusto; certo, c’è un Dio che fa giustizia sulla Terra!”. Salmo 78 (che si ripete approssimativamente uguale nel Salmo 105): “Egli mutò i loro fiumi e i loro ruscelli in sangue, perchè non vi potessero più bere. Mandò contro di loro mosche velenose a divorarli e rane a molestarli. Diede il loro raccolto ai bruchi e il frutto della loro fatica alle cavallette. Distrusse le loro vigne con la grandine e i loro sicomori con i grossi chicchi d’essa. Abbandonò il loro bestiame alla grandine e le loro greggi ai fulmini. Scatenò su di loro il furore del suo sdegno, ira, indignazione e tribolazione, una moltitudine di messaggeri di sventure. Diede sfogo alla sua ira; non li risparmiò dalla morte, ma abbandonò la loro vita alla peste. Percosse tutti i primogeniti d’Egitto, le primizie del vigore nelle tende di Cam”. Salmo 79: “Restituisci ai nostri vicini sette volte tanto l’oltraggio che ti hanno fatto, o Signore” Salmo 109: “Siano pochi i suoi giorni: un altro prenda il suo posto. I suoi figli diventino orfani e sua moglie vedova. I suoi figli siano vagabondi e mendicanti (...) La sua discendenza sia distrutta; nella seconda generazione sia cancellato il loro nome!" Salmo 137: “Beato chi afferrerà i tuoi bambini e li sbatterà contro la roccia”. Salmo 149: “Abbiano in bocca le lodi di Dio e una spada a due tagli in mano per punire le nazioni e infliggere castighi ai popoli; per legare i loro re con catene e i loro nobili con ceppi di ferro”.


Da questa limitata rassegna è evidente perchè i cattolici conoscano solo un’educazione “positiva” fatta di premi e punizioni, la stessa che è impartita erroneamente a gran parte dei bambini: tutto nasce dal carattere vendicativo ed irascibile attribuito a Dio dall'uomo, per un’atavica sete di vendetta, tipicamente umana, che impartisce all’umanità punizioni come il Diluvio universale, la distruzione di Sodoma e Gomorra, il martirio di Giobbe etc. e che, in quanto “giusto”, è da imitare.

Questo è il Dio cristiano raccontato dalla Bibbia, e delle due l’una: o Dio esiste ed è anche quello dei Salmi, o è una creazione dell’Uomo, ergo, non esiste. In entrambi i casi ne deriva che il Dio cristiano non è quel ‘signore’ buono e caritatevole che pensavamo fosse: il Dio cristiano non è quello che pensavamo!


Parallelamente, non si deve perdere di vista il fatto che anche sulla redazione dei Vangeli ci sono molteplici critiche: sugli estensori, sui contenuti, sui fatti storici, sulle stesse parole che avrebbe pronunciato Gesù.


A questo proposito, è interessante notare come nella prima lettera ai Tessalonicesi S. Paolo scriva, credendo in un ritorno imminente di Gesù: “Noi che viviamo e saremo ancora in vita per la venuta del Signore (...)”, poichè Gesù aveva dichiarato “In verità vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo accadrà” (cioè il suo ritorno, N.d.r.) (Matteo 24, 34, Marco 13, 30, Luca 21, 32). Ma dopo diverso tempo, diventando anziano e non preannunciando alcun ritorno rivelerà, nella seconda lettera ai Tessalonicesi “(...) riguardo alla venuta del Signore nostro Gesù Cristo e alla riunione con lui (...) [non lasciatevi] così facilmente confondere e turbare (...) da parole (...), quasi che il giorno del Signore sia imminente. Nessuno vi inganni in questo modo”.

Povero Paolo di Tarso, convertito, ma deluso.


Non ultima l’insidia proveniente dalla traduzione.

Il Vecchio Testamento è stato scritto in ebraico e aramaico, i Vangeli in greco. San Girolamo ha tradotto tutto in latino, dando vita a qualche dubbio sulle sue, capacità linguistica e malafede, tanto che i dotti (e scaltri) umanisti riprenderanno i testi originali accorgendosi di non poche subdole traduzioni.

A questo riguardo è interessante l’analisi che Mancuso fa della Summa contra gentiles, nella quale il filosofo Tommaso d’Aquino, riferendosi al premio eterno, parla di maxime Deo assimilamur cioè (noi) saremo assimilati a Dio, ma che “l’autorevole traduttore italiano, il padre domenicano Tito Centi, ha sentito il dovere di moderare quella che per lui risultava una pericolosa espressione panteistica di san Tommaso rendendo l’originale latino assimilamur non con “assimilazione” ma con “somiglianza”.


Qualcuno disse che “nel dettaglio si nasconde il demonio”: un piccolo aiutino qua e là, artifici, sofisticazioni, possono modificare radicalmente la realtà delle idee e quando si tratta di tematiche teologiche, i sospetti che i concetti possano essere ‘aggiustati’, col fine di corroborare il potere della Chiesa sono altissimi.


Ma poichè qualcun’altro sostenne che “a pensar male si compie peccato”, sapere aude!


(heidi)

 

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11 novembre 2009 3 11 /11 /novembre /2009 17:41

Nostra Madre Terra data circa quattro miliardi di anni. Gliene rimangono ancora approssimati-vamente cinque. Questo significa che, attualmente, si trova a poco meno della metà della sua vita stimata.


Per dare inizio alla genealogia dell’essere umano, invece, dobbiamo attendere presumibilmente fino a circa sei milioni di anni fa con i primi ominidi (anche se non tutti gli specialisti sono d'accordo con le date), ed altri milioni di anni (quasi sei) per giungere al cospetto di un patrimonio genetico il più simile a quello dell’uomo moderno, con quello che viene catalogato Homo Sapiens Sapiens, fatto risalire “soltanto” a ventimila anni fa.


In altri termini, dal primo ominide ad oggi è trascorso un periodo pari a tre mila volte quello che ci separa dalla nascita di Cristo (tremila volte duemila anni!), cioè una quantità di tempo immensa, se pensiamo a quanto ci sembri lontano soltanto il ‘700 barocco.


Abbiamo, così, individuato tre principali tappe evolutive: origine della Terra (4 miliardi di anni), primo ominide (6 milioni di anni), essere umano (20 mila anni).


E’ evidente la distanza temporale dei tre eventi, ma quanti sono quattro miliardi di anni?

Per la nozione che l’essere umano ha del tempo, tanti, davvero tanti. Espressi in milioni, quattromila! Al confronto, “tremila volte duemila anni” è una scheggia!

Ma il fatto più straordinario è che di questi quattromila milioni, tremilanovecentonovantanove virgola novantotto (3.999,98) sono trascorsi senza la presenza umana, cioè il 99,9995% del tempo, dalla comparsa della Terra ad oggi che, volendo rappresentare con una giornata di ventiquattro ore, vedrebbe la comparsa dell’“essere umano” soltanto allo scadere del giorno, esattamente 43,2 secondi prima dell’inizio del nuovo dì.


Già da questi dati si ricava quanto l’essere umano si senta, immotivatamente, così importante perchè l’unico (forse) tra gli esseri viventi a rendersi conto di esistere!


Ma cosa è accaduto, dunque, in tutto questo tempo?

Inizialmente, un fatto necessario e naturale (logico, diremmo oggi) perpetrato per milioni di anni: combinazioni molecolari, dovute alle polarità dei loro atomi, subordinate alla presenza dell’ambiente in essere, dipendente in parte da fattori esogeni, cioè provenienti dallo spazio, in parte dalle correlazioni tra ambiente stesso e massa molecolare, sempre nuova e sempre diversa, in ogni istante. Ambiente che condiziona legami chimici che, formando molecole nuove, condizionano, a loro volta, l’ambiente. Continuamente. Per milioni di anni.


I primi cinquecento milioni della Terra sono trascorsi in questo modo, in un ambiente inospitale alla vita, dovuto a piogge di asteroidi ed eruzioni vulcaniche.

Non dieci o venti anni. Cinquecento milioni.

Successivamente sono comparsi microorganismi monocellulari, essenzialmente stabili sotto il profilo evolutivo, uniche forme di vita per circa tre miliardi di anni. Tremila milioni!

Solo seicento milioni di anni fa compaiono i primi organismi pluricellulari, vegetali ed animali, che lasceranno l’ambiente acquatico trasformandosi in anfibi, rettili, mammiferi.

Un processo lento, lentissimo, impercettibile da una generazione all’altra, apprezzabile solo globalmente, come risultato.


E qui la mia ragione mi suggerisce un altro indizio: se l’uomo fosse il telos, il fine ultimo di tutte le cose, perchè un creatore avrebbe dovuto perdere tutto questo tempo nei preliminari?

Questa è la storia della Terra e della vita su di essa. Un continuo divenire, un motore sempre in movimento che continuamente si rigenera, anelando ad una organizzazione sempre più complessa e sempre più efficiente. Ma senza un fine prestabilito e senza volizione.


Tutta questa palingenesi vitale, invece, mi fa pensare fondamentalmente a due cose.

La prima: l’uomo che conosciamo oggi potrebbe ragionevolmente trovarsi ad uno stadio intermedio della sua evoluzione, non sul suo picco. E se consideriamo quanto sia cambiato in sei milioni di anni, che alla Terra ne rimangono ancora cinque miliardi e cosa è accaduto nei primi quattro, pur non conoscendone la sua funzione matematica, possiamo pensare a scenari futuri oggi non solo impossibili, ma addirittura incomprensibili.

La seconda: è verosimile pensare al futuro come derivazione del ruolo giocato in maniera rilevante da quella sostanza ancora così faticosamente decifrabile e oltremodo affascinante che è la mente.


Il miglioramento e l’efficienza di tutte le forme viventi sono passati, nel tempo, come dimostrato migliaia di volte da altrettanti esperimenti inconfutabili, attraverso l’evoluzione naturale, rimasta esclusiva per miliardi di anni, determinata con la selezione darwiniana.

Ma con la comparsa dell’uomo, l’efficienza della sua specie deve dire grazie anche ad una nuova forma di evoluzione: quella culturale, trasmissibile attraverso la comunicazione ed appresa per imitazione.

Per la prima volta, in assoluto, compare una nuova forma di avanzamento, questa volta indipendente dai geni, che intervengono solo come ausilio nella velocità di apprendimento, la cui peculiarità è la rapidità, procurando, parallelamente, risparmio di energia: il suo strumento è la mente.


L’evoluzione, quindi, ha creato un arnese, la mente, in grado di consentire miglioramenti della specie, a prescindere da un substrato materiale diretto come era sempre avvenuto in passato attraverso i geni.

Christian De Duve, premio Nobel per la medicina 1974, in “Polvere vitale” afferma che l’uomo di Cro-Magnon, vissuto 15.000 anni fa, possedesse più o meno gli stessi strumenti genetici odierni, quindi potenzialità da premio Nobel, ma che al suo tempo, proprio per l’embrionale dimensione mentale, non avrebbe saputo creare più di un utensile di caccia.

L’enorme salto di livello evolutivo dal primo ominide e l’incommensurabile differenza da tutti gli altri esseri viventi lo dobbiamo, dunque, unicamente alla comparsa della mente, che ha accelerato esponenzialmente l’evoluzione, da sempre nella direzione di un minor spreco di energia: l’essere umano non è nato con la mente, ma si è migliorato a tal punto che la “necessità di esistere” della natura, in modo sempre più efficiente, lo ha condotto a creare questo nuovo strumento evolutivo.

La materia, nel caso specifico i neuroni, potrebbe aver “sentito il bisogno” di creare la mente per poter influenzare il campo di probabilità nel fare scelte senza dispendio di energia, con tutto quello che la sua esitenza comporta: l’idea creata dalla mente, diventerebbe sufficiente ad influenzare una scarica neuronale per il solo fatto di aver simulato uno scenario, permettendoci di prendere decisioni ex ante a prescindere dalla verifica empirica; un po’ quello che avviene nel coinvolgimento provato con le rappresentazioni teatrali o guardando un film.


Dalla comparsa della prima molecola abiotica, quindi, è stato un continuo divenire, senza sosta, dove i comportamenti non intenzionali, ma necessari, delle molecole (avvicinamento, allontanamento, nutrizione,...) hanno le stesse origini per tutti gli esseri viventi, l’inconsapevole sopravvivenza al più basso spreco di energia, e a cui gli esseri umani attribuiscono una perigliosa ed inutile interpretazione comportamentale antropomorfizzata (convenienza, imitazione, astuzia, vendetta,...) che nulla centra con la realtà del fenomeno.


E dall’esame dei dati esposti, e con un po’ d’immaginazione, sempre utile nella ricerca, non si può escludere uno scenario futuro in cui lo sviluppo della specie umana possa condurre a suoi nuovi rappresentanti, vivi, veri, ma in forma di pura energia organizzata, priva di fisicità.


(heidi)

 

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30 agosto 2009 7 30 /08 /agosto /2009 15:04

Pietro Pomponazzi, filosofo umanista, sosteneva, come Aristotele, che l'anima è forma del corpo, quindi non può operare fuori dal corpo, ovvero non può conoscere al di fuori dei sensi. Tutte le funzioni dell'anima sono legate al corpo quindi muoiono con esso, respingendo, in questo modo, la tesi teologica di San Tommaso e quella del Razionalismo averroista di una trascendenza ed immortalità dell'intelletto.


Da allora, numerose sono state le posizioni, più o meno contraddittorie, più o meno condivisibili.

Sicuramente l'effetto più evidente creato dalla fede nell'immortalità dell'anima è di impedire che si commettano reati, per timore della dannazione eterna. Statisticamente, si fa il bene più per il timore di un danno eterno che per la speranza di un bene senza fine.

Ma è davvero così? E' proprio vero, come sostengono taluni, che in un ipotetico mondo in cui fosse prevalente la mancanza di una prospettiva di vita futura dopo la morte ci sarebbe il rischio di un possibile caos planetario?

 

Il giudizio divino legato all'immortalità dell'anima non preclude il peccato. Spesso, anche chi crede nell'immortalità continua a peccare, mentre vi sono molte persone che pur non credendovi conducono una vita virtuosa, come dire, chi non crede nell'esistenza di alcuna forma di dio non è privo di un'etica: molte volte tra questi soggetti si annidano i comportamenti migliori.

Proprio lo stesso Pomponazzi ci aiuta in questo scenario introducendo la virtù come premio a se stessa, quindi indipendente da una continuità della coscienza, dalla paura di eventuali castighi divini.

L'azione virtuosa è coerente con l'essenza razionale della natura umana, perchè riesce a rendere l'uomo felice, qui e subito, a prescindere da un eventuale premio futuro: il premio è dato dallo stare bene ora, per aver compiuto un'azione buona, efficace, costruttiva, e magari anche dalla speranza di ottenere denaro o dignità, why not? Parallelamente l'azione viziosa porta a comportamenti che alla lunga depauperano l'uomo sotto la spinta delle passioni, creandogli sofferenza e pena.

 

Ma allora, se la mortalità dell'anima è plausibile, mantenendo invariati gli equilibri immanenti, ne consegue che nessun dio governerebbe l'universo o che se lo governasse sarebbe ingiusto. Il rifiuto dell'immortalità dell'anima comporta, infatti, il permanere, in eterno, delle ingiustizie del mondo, l'impunità, cioè, per tanti delitti ed il mancato riconoscimento dei comportamenti virtuosi. E questo è in totale contraddizione con le Scritture.

 

Un dio ingiusto, quindi, o che non governa l'universo. O che non esiste.

E questo quadro darebbe ragione anche ai moltissimi pensatori, come Machiavelli e ancor più nel passato, Crizia (la stilista ha la K) che consideravano le religioni come modalità per tenere sotto controllo le azioni umane; tutti sanno che chi gestisce e controlla, mente costantemente sull'esistenza di leggi e regolamenti per tentare di indirizzare a basso costo i comportamenti dei più ingenui o meno informati.

Religione come "uomo nero"?

 

(heidi)


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“Quando considero la breve durata della mia vita, sommersa nell’eternità 

che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e financo che vedo, 

inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano, 

io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci 

nessuna ragione perchè sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani. 

Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo 

tempo furon destinati a me?"


(da Pensieri, Blaise Pascal)

 

 

 

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Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.
(Conversazione a tavola di S.T. Coleridge).

 

Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani o potessero dipingere e compiere quelle opere che gli uomini compiono cone le mani i cavalli dipingerebbero immagini degli Dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli degli Dei simili all'aspetto che ha ciascuno di essi.                                 (Senofane)

 

Non cesseremo di esplorare 
E alla fine di tutto il nostro esplorare 
Arriveremo al punto di partenza 
E conosceremo il luogo per la prima volta.

                               (Little Gidding di T.S.Eliot)

 

 

Ho attraversato i continenti 
Per vedere il più alto dei mondi 
Ho speso una fortuna
Per navigare sui sette mari
E non avevo avuto il tempo di notare 
A due passi dalla porta di casa 
Una goccia di rugiada su un filo d’erba.

                                    (Rabindranath Tagore)

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