Pietro Pomponazzi, filosofo umanista, sosteneva, come Aristotele, che l'anima è forma del corpo, quindi non può operare
fuori dal corpo, ovvero non può conoscere al di fuori dei sensi. Tutte le funzioni dell'anima sono legate al corpo quindi muoiono con esso, respingendo, in questo modo, la tesi teologica di San
Tommaso e quella del Razionalismo averroista di una trascendenza ed immortalità dell'intelletto.
Da allora, numerose sono state le posizioni, più o meno contraddittorie, più o meno condivisibili.
Sicuramente l'effetto più evidente creato dalla fede nell'immortalità dell'anima è di impedire che si commettano reati,
per timore della dannazione eterna. Statisticamente, si fa il bene più per il timore di un danno eterno che per la speranza di un bene senza fine.
Ma è davvero così? E' proprio vero, come sostengono taluni, che in un ipotetico mondo in cui fosse prevalente la mancanza
di una prospettiva di vita futura dopo la morte ci sarebbe il rischio di un possibile caos planetario?
Il giudizio divino legato all'immortalità dell'anima non preclude il peccato. Spesso, anche chi crede nell'immortalità
continua a peccare, mentre vi sono molte persone che pur non credendovi conducono una vita virtuosa, come dire, chi non crede nell'esistenza di alcuna forma di dio non è privo di un'etica: molte
volte tra questi soggetti si annidano i comportamenti migliori.
Proprio lo stesso Pomponazzi ci aiuta in questo scenario introducendo la virtù come premio a se stessa, quindi
indipendente da una continuità della coscienza, dalla paura di eventuali castighi divini.
L'azione virtuosa è coerente con l'essenza razionale della natura umana, perchè riesce a rendere l'uomo felice, qui e
subito, a prescindere da un eventuale premio futuro: il premio è dato dallo stare bene ora, per aver compiuto un'azione buona, efficace, costruttiva, e magari anche dalla speranza di ottenere
denaro o dignità, why not? Parallelamente l'azione viziosa porta a comportamenti che alla lunga depauperano l'uomo sotto la spinta delle passioni, creandogli sofferenza e
pena.
Ma allora, se la mortalità dell'anima è plausibile, mantenendo invariati gli equilibri immanenti, ne consegue che nessun
dio governerebbe l'universo o che se lo governasse sarebbe ingiusto. Il rifiuto dell'immortalità dell'anima comporta, infatti, il permanere, in eterno, delle ingiustizie del mondo, l'impunità,
cioè, per tanti delitti ed il mancato riconoscimento dei comportamenti virtuosi. E questo è in totale contraddizione con le Scritture.
Un dio ingiusto, quindi, o che non governa l'universo. O che non esiste.
E questo quadro darebbe ragione anche ai moltissimi pensatori, come Machiavelli e ancor più nel passato, Crizia (la
stilista ha la K) che consideravano le religioni come modalità per tenere sotto controllo le azioni umane; tutti sanno che chi gestisce e controlla, mente costantemente sull'esistenza di leggi e
regolamenti per tentare di indirizzare a basso costo i comportamenti dei più ingenui o meno informati.
Religione come "uomo nero"?
(heidi)