“Quando considero la breve durata della mia vita, sommersa nell’eternità
che la precede e la segue, il piccolo spazio che occupo e financo che vedo,
inabissato nell’infinita immensità degli spazi che ignoro e che m’ignorano,
io mi spavento e stupisco di trovarmi qui piuttosto che là, non essendoci
nessuna ragione perchè sia qui piuttosto che là, oggi piuttosto che domani.
Chi mi ci ha messo? Per ordine e per opera di chi questo luogo e questo
tempo furon destinati a me?"


(da Pensieri, Blaise Pascal)


Di Maurizio Fiumara

Pietro Pomponazzi, filosofo umanista, sosteneva, come Aristotele, che l'anima è forma del corpo, quindi non può operare fuori dal corpo, ovvero non può conoscere al di fuori dei sensi. Tutte le funzioni dell'anima sono legate al corpo quindi muoiono con esso, respingendo, in questo modo, la tesi teologica di San Tommaso e quella del Razionalismo averroista di una trascendenza ed immortalità dell'intelletto.


Da allora, numerose sono state le posizioni, più o meno contraddittorie, più o meno condivisibili.

Sicuramente l'effetto più evidente creato dalla fede nell'immortalità dell'anima è di impedire che si commettano reati, per timore della dannazione eterna. Statisticamente, si fa il bene più per il timore di un danno eterno che per la speranza di un bene senza fine.

Ma è davvero così? E' proprio vero, come sostengono taluni, che in un ipotetico mondo in cui fosse prevalente la mancanza di una prospettiva di vita futura dopo la morte ci sarebbe il rischio di un possibile caos planetario?

 

Il giudizio divino legato all'immortalità dell'anima non preclude il peccato. Spesso, anche chi crede nell'immortalità continua a peccare, mentre vi sono molte persone che pur non credendovi conducono una vita virtuosa, come dire, chi non crede nell'esistenza di alcuna forma di dio non è privo di un'etica: molte volte tra questi soggetti si annidano i comportamenti migliori.

Proprio lo stesso Pomponazzi ci aiuta in questo scenario introducendo la virtù come premio a se stessa, quindi indipendente da una continuità della coscienza, dalla paura di eventuali castighi divini.

L'azione virtuosa è coerente con l'essenza razionale della natura umana, perchè riesce a rendere l'uomo felice, qui e subito, a prescindere da un eventuale premio futuro: il premio è dato dallo stare bene ora, per aver compiuto un'azione buona, efficace, costruttiva, e magari anche dalla speranza di ottenere denaro o dignità, why not? Parallelamente l'azione viziosa porta a comportamenti che alla lunga depauperano l'uomo sotto la spinta delle passioni, creandogli sofferenza e pena.

 

Ma allora, se la mortalità dell'anima è plausibile, mantenendo invariati gli equilibri immanenti, ne consegue che nessun dio governerebbe l'universo o che se lo governasse sarebbe ingiusto. Il rifiuto dell'immortalità dell'anima comporta, infatti, il permanere, in eterno, delle ingiustizie del mondo, l'impunità, cioè, per tanti delitti ed il mancato riconoscimento dei comportamenti virtuosi. E questo è in totale contraddizione con le Scritture.

 

Un dio ingiusto, quindi, o che non governa l'universo. O che non esiste.

E questo quadro darebbe ragione anche ai moltissimi pensatori, come Machiavelli e ancor più nel passato, Crizia (la stilista ha la K) che consideravano le religioni come modalità per tenere sotto controllo le azioni umane; tutti sanno che chi gestisce e controlla, mente costantemente sull'esistenza di leggi e regolamenti per tentare di indirizzare a basso costo i comportamenti dei più ingenui o meno informati.

Religione come "uomo nero"?

 

(heidi)

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Di Maurizio Fiumara
Perchè da quando esiste l'uomo pensante si parla di dio o di dei? E' un'esigenza innata a cui nessuno può sfuggire, è utile per l'efficienza del genere umano, o semplicemente è un pensiero imposto? Oggi in molti rispondono che se imposizione c'è stata è una questione passata; ora si è liberi di scegliere se credere in un dio trascendente, panteistico o in una carota.

Vero è che col Concilio di Trento (1545 - 1563) chi non si allineava alla Chiesa e dimostrava di avere una testa che tentava di ragionare veniva messo al rogo (G. Bruno) o doveva abiurare e starsene ai domiciliari (G. Galilei).
Ma anche oggi se non dimostri (è sufficiente ufficialmente!) di credere in un dio, la tua vita non è proprio una passeggiata. Tanto per cominciare sei una "negazione": un "non" credente, un "a" teo, ovvero manchi di qualcosa rispetto ad una "normalità" arbitraria ed imposta.
 
Seppur formalmente, qualcuno si è accorto della disparità e ha coniato il neologismo bright, che ha la stessa accezione di ateo, ma con una qualificazione positiva. E' un primo passo verso la parità, sia chiaro, non verso l'ateismo; anche in questo caso, infatti, ne sarei contrariato.

Provate, poi, a segnalare in un curriculum vitae di essere atei. Provate ad indicarlo sui "santini" di una campagna elettorale per le amministrative del vostro Comune. Provate a sfiorare l'argomento nell'assemblea di classe di vostro figlio.

Dunque, credere in un Dio, ed in particolare nel dio ebraico, meglio ancora cristiano, è un vantaggio, automaticamente un eloquente suggerimento per tutti, dalla nascita, ed una pulce nell'orecchio per chi è scettico sull'esistenza di un dio e radicale sull'esigenza di pensarla liberamente, senza coercizioni.

Escludendone l'utilità per l'efficienza del genere umano rimane il tema "esigenza innata".
Credere in un dio è un'esigenza innata? Diciamo che la risposta è articolata, ma sostanzialmente negativa.
Ad un certo momento della vita un individuo si domanda quale sia l'origine dell'esistenza, ma molto banalmente perchè ragiona sulla base del concetto spazio-tempo, è la peculiarità umana, che produce il limite di non riuscire a razionalizzare l'infinito. E se vogliamo classificare ogni cosa siamo costretti a dare un nome a ciò che non siamo in grado di capire e dimostrare.

Ma questa non è "l'esigenza innata di Dio" come vorrebbero farci credere alcuni.
Diciamo, quindi, che i fatti ci portano ad affermare che nessun dio è un soggetto fisico, ma
sempre un'idea, che questa idea non è innata, che imporre l'esistenza di un dio facilita la
sottomissione, specie delle categorie meno istruite e attive intellettualmente (escludendo gli speculatori) e che, a conti fatti, la sua strumentalizzazione permette di fare pure un sacco di soldi.

(heidi)
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Di Maurizio Fiumara

Con il 1947 nasce la fisica virtuale, anche se già nel XVII secolo, con il Meccanicismo, si fanno supposizioni su elementi della materia che di fatto non possono essere osservati: gli atomi.

Quindi scienza non solo in grado di stabilire regole attraverso l’osservazione diretta di un oggetto, ma di creare leggi attendibili anche e soltanto sull’esplorazione degli effetti prodotti da un oggetto non percepito, le cui esistenza e natura sono solo supposte.


Anche quando si parla del divino parliamo di qualcosa che si suppone esista, ma che i nostri sensi non percepiscono (non abbiamo una sua foto, un odore, una consistenza materiale) insomma, nulla di concreto, solo le possibili conseguenze.

Ma, mentre la percezione sensoriale di un dio potrebbe non essere cosa importante, fondamentali per la comprensione sono le sue realizzazioni. E’ con queste che l’Uomo deve fare i conti. E su questo piano cominciano le contraddizioni.


L’analisi empirica dell’atomo, gli esperimenti sulla materia, l’osservazione dei risultati portano sempre verso conseguenze replicabili, in qualunque momento da chiunque, quella del divino no. Anzi, l’osservazione fenomenologica immanente condotta scientificamente o attraverso la Ragione porta più facilmente ad una clamorosa assenza/esigenza del trascendente, piuttosto che ad una sua conferma, tanto meno ad una concezione teistica.

E’ facile pensare, dunque, che dalla comprensione della propria finitezza, l’essere umano abbia inevitabilmente bisogno di un benchmark, cioè di un modello di confronto per misurare lo scostamento dalla perfezione anelata, dal suo ideale bramato ed irrangiungibile, da un dio, appunto.


L’idea di un dio come esigenza (acquisita), dovuta ai limiti della sensibilità, cioè all’insufficienza dei sensi nel comprendere ciò che è nascosto nella natura, regolatrice passiva dei comportamenti e delle tendenze degli uomini risulterebbe efficace tanto quanto l’effettiva esistenza di un principium universitatis che governa l’universo; parafrasando Ludwig Feuerbach, “Non è Dio che crea l’uomo, ma l’Uomo che ha creato l’idea di Dio”.

E ancora una volta, come nel caso della mortalità dell’anima, l’uomo sarebbe in grado di condurre un’esistenza retta, anche sostituendo nella funzione della Vita la variabile “dio” con “idea di dio”.


Apparentemente un dettaglio, ma questa circostanza, opportunamente ufficializzata, produrrebbe vantaggi pantagruelici ed una serie di effetti a cascata che darebbero una nuova faccia al mondo e alla sua cultura: primariamente la superfluità della Chiesa e delle gerarchie omologhe, che le condurrebbe alla loro naturale rimozione, con la conseguente soppressione della loro ingerenza nelle scelte politiche addirittura su pure opinioni religiose come l’indissolubilità del matrimonio o la sacralità della vita dell’embrione, la secolarizzazione dei beni ecclesiastici a vantaggio del circuito economico, e la comparsa di uno stato più laico, quindi più libero, come vagheggiato da Arminiani ed Erastiani nel ‘600, che non subirebbe più condizionamenti nè forzature, col risultato di ottenere un’umanità più concreta, forse più solidale, e certamente meno credulona.

 

(heidi)

 

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Tutti gli uomini nascono aristotelici o platonici: le opinioni e le interpretazioni difficilmente interesseranno i primi, i fatti e le dimostrazioni non convinceranno mai i secondi.
(Conversazione a tavola di S.T. Coleridge).

Ma se i buoi, i cavalli e i leoni avessero mani o potessero dipingere e compiere quelle opere che gli uomini compiono cone le mani i cavalli dipingerebbero immagini degli Dèi simili ai cavalli, i buoi simili ai buoi, e plasmerebbero i corpi degli degli Dei simili all'aspetto che ha ciascuno di essi.                                                            Senofane

Non cesseremo di esplorare 
E alla fine di tutto il nostro esplorare 
Arriveremo al punto di partenza 
E conosceremo il luogo per la prima volta.

                               (Little Gidding di T.S.Eliot)

Ho attraversato i continenti 
Per vedere il più alto dei mondi 
Ho speso una fortuna
Per navigare sui sette mari
E non avevo avuto il tempo di notare 
A due passi dalla porta di casa 
Una goccia di rugiada su un filo d’erba.

                                    Rabindranath Tagore

 


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