16 febbraio 2011 3 16 /02 /febbraio /2011 23:12

Il tema dell’omosessualità, di così difficile trattazione, si dibatte da secoli. Ogni epoca ne ha data la propria interpretazione, più sulla base degli umori e dei luoghi comuni che di un’analisi accurata del fenomeno. Ed anche sotto il profilo morale, ogni volta le conclusioni si sono affidate alle convenienze prevalenti.


Una rivoluzionaria esegesi, però, dimostrerebbe una strumentale opera di depistaggio, da parte della cristianità, a cominciare dal tredicesimo secolo, capace di creare, sostanzialmente, una marcata distanza tra il plausibile messaggio delle Sacre Scritture e la sua versione ufficiale, che vorrebbe l’omosessualità come pratica dichiaratamente contraria alla volontà di Dio.

Nella Bibbia, infatti, non si scorgerebbero mai tracce discriminatorie nei confronti dell’omosessualità, né tantomeno verrebbe in alcun modo etichettata come attività viziosa. Nemmeno gli innumerevoli scritti medioevali sarebbero in grado di produrre riferimenti a qualche pregiudizio biblico nei confronti dei gay, compreso il famoso ed emblematico racconto di Sodoma e Gomorra, sul cui tema portante pressochè tutti gli studiosi convennero di poter escludere che potesse riferirsi ad una pratica contraria alla morale e riguardare, più semplicemente, l’ospitalità. Anche se bisogna aspettare la pubblicazione, nel 1955, di “Omosessualità e Tradizione Cristiana d’Occidente” di D.S. Bailey, perché diventi convinzione quasi unanime tra gli studiosi della Bibbia.

Artefice dell’inattesa controtendenza, e tra gli esperti più accreditati, fu lo storico cattolico statunitense John Boswell che, nel 1980, con Christianity, Social Tolerance and Homosexuality (Cristianesimo, tolleranza, omosessualità. La Chiesa e gli omosessuali dalle origini al XIV secolo) sarebbe stato in grado di dimostrare, attraverso “una quantità sterminata di fonti non solo greche e latine, ma anche ebree e arabe, oltre che in volgare”, la generale noncuranza con la quale la prima Chiesa cattolica affrontò il fenomeno omosessuale, confermata anche dalle numerose usanze cristiane facilmente interpretabili come antesignane del matrimonio fra persone dello stesso sesso, come nel caso della cerimonia dell’adelphopoiesis.

In qualunque espressione artistica medioevale, poi, si possono scorgere continui esempi di vita gay; nella musica, nella poesia, nella letteratura. Infinite sono le pagine che trattano di amanti dello stesso sesso. Nell’antica Roma, i matrimoni erano considerati pratica legale, non rara, adottata da qualunque ceto, fino agli imperatori e priva di giudizi che la considerassero in qualche modo anormale.

Vero è, che già dai primi secoli ci fossero cristiani ostili “verso ogni forma di sessualità che non fosse potenzialmente procreativa”, ma con alta probabilità era solo una credenza dei ceti più umili, non supportata da alcun concetto del Vecchio Testamento.
Ed è lecito pensare che anche quei teologi che si sentirono di sfruttare questo sentimento per persuadere quanti più cristiani a comportamenti sessuali responsabili, finalizzati al concepimento, non lo facessero come monito nei confronti degli atti omosessuali, quanto col nobile obiettivo di ridurre, se non di evitare, l’omicidio o l’abbandono nel caso di concepimenti non voluti, confermando l’assoluta non intenzionalità di considerare l’omosessualità un’azione corrotta. L’astinenza, infatti, era a quel tempo il solo metodo anticoncezionale efficace conosciuto.

Un’altra causa di distorsione interpretativa sull’omosessualità da parte delle Sacre Scritture deriverebbe da errori di traduzione dall’ebraico e dal greco antico, lingue di origine, insieme all’aramaico, dei libri che compongono la Bibbia.

A questo proposito, diventano interessanti alcune tra le analisi semantiche proposte nel libro Gay: diritti e pregiudizi. Dialogo «galileiano» contro le tesi dei nuovi clericali, in cui gli autori Federico D'Agostino, ordinario all’Università Roma Tre e Sciltian Gastaldi, scrittore e giornalista, si soffermano sui passi biblici mertevoli di studio, facendo notare che, ad esempio, nella Bibbia della Cei, quando si parla di “sodomiti” si vogliono intendere i gay, anche se per la Bibbia originale “sono unicamente gli abitanti di Sodoma”; oppure che malakoi’ è tradotta arbitrariamente con ‘effemminato’, ma il “malakos” era il moralmente debole”, ossia colui che cerca di vivere nel lusso pur non essendo disposto a faticare per conquistarselo. E, ancora, “la Bibbia in latino parla di ‘molles’, che è chiaramente traducibile in italiano con ‘molle d'animo’, o ‘coloro che mancano di forza’. Tradurre ‘molles’ con ‘effemminato’, come fa la Bibbia della Cei, è perseguire un fine, non certo offrire una traduzione fedele.” 
E non esistendo “parole come ‘omosessualità’, ‘omosessuale’, ‘sesso’, ‘amore romantico’” diventa particolarmente delicato attribuire loro una traduzione esatta con assoluta certezza; per esempio, bisognerà attendere il 1869 per incontrare il termine di ‘omosessualità’, come lo intendiamo oggi, coniato dallo psicologo tedesco Karoly Maria Kertbeny.

Un altro equivoco significativo è possibile scorgerlo, come fa notare Boswell, nella lettera ai Romani (Romani 1:26-27) quando si parla di ‘contro natura’.
Ad un’analisi meno superficiale pare che Paolo voglia dire è ‘cosa insolita’ e non ‘contro la legge naturale’, come viene spesso interpretato, non in linea neanche con la stessa Chiesa dei primi secoli. Infatti, “il concetto di legge naturale non fu pienamente sviluppato se non circa 1200 anni dopo. Tutto ciò che Paolo con ogni probabilità voleva dire era che era insolito che le persone potessero avere quella specie di desiderio sessuale. Ciò è reso maggiormente chiaro dal fatto che nella stessa lettera ai Romani, al capitolo 11, Dio stesso viene infatti descritto come colui che agisce ‘contro natura’ riguardo alla salvezza dei gentili. È pertanto inconcepibile che tale espressione connoti l’immoralità.”

A volte, invece, è il contesto biblico ad essere sotto inchiesta, come nel caso del Levitico, libro nato (e con questo fine dovrebbe essere letto) per stabilire leggi d'igiene per un popolo che stava attraversando il deserto e non per condannare prassi o persone; in particolare, in Levitico 18:22, ancora una volta è l'idolatria ad essere additata, non l'omosessualità.

Abbiamo visto, dunque, che attribuire alla Bibbia, con certezza assoluta, giudizi circa l’omosessualità è un esercizio non rigoroso, essendoci a disposizione innumerevoli elementi di confutazione. Diventa rilevante, allora, capire quale sia l’origine di un tale cambiamento intellettuale.

Chi si aspetta un evento chiave a questo proposito rimarrà deluso perché dalle conclusioni a cui si giunge attraverso i numerosi e, a volte, contrapposti lavori di ricerca sembrerebbe sia cominciato tutto per caso, più o meno intorno al 1150, apparentemente senza casus belli, determinandosi ad un certo punto una crescente inspiegabile intolleranza verso ebrei, musulmani, streghe e, appunto, omosessuali.

In modo piuttosto inatteso, “verso la fine del XIII secolo dormire con un ebreo fu equiparato a dormire con un animale o un assassino e in Francia, gli ebrei, secondo San Luigi, dovevano essere uccisi sul posto se dubitavano della fede cristiana.” “Le donne furono improvvisamente escluse dalle strutture di governo alle quali avevano avuto accesso fino a quel momento, non fu loro più permesso frequentare le università; i monasteri misti furono chiusi e nel 1180 gli ebrei furono espulsi dalla Francia.”

Diventa pensiero comune che gli omosessuali “molestino i bambini, vìolino la legge naturale, siano delle bestie e causino danno alle nazioni che li tollerano. In un solo secolo, tra il 1250 e il 1350, quasi tutti gli stati europei si dotano di una legislazione civile che prevede la pena di morte anche per un singolo atto omosessuale.”

Da qui, la teologia cristiana comincia, taluni dicono, a subire, altri, ad approfittare della situazione, tentando, grazie anche a Tommaso d’Aquino che si ritaglierà un ruolo di primo piano nelle argomentazioni, “di dipingere l’omosessualità come uno dei peggiori peccati, secondo solo all’omicidio.”

Evidentemente, non si è ancora giunti ad un esito definitivo ed alcune delle ‘nuove’ teorie non sono del tutto convincenti, ma se non altro è stato spostato il baricentro dall’assoluto, suggerendo agli “uomini di buona volontà” di perseverare nella ricerca prima di giungere a conclusioni affrettate solo perché condivisibili o convenienti.


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Published by Maurizio Fiumara - in studi e ricerche
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elisa 02/17/2011 16:03



Lo scorso anno, su Il Giornale, lessi una lettera dal
titolo: “Secondo gli apostoli. L'omosessualità è pratica riprovevole”. Quali apostoli, risposi in un commento.


Nel Vangelo non esiste un solo versetto che accenni all'omosessualità.


 


Il lettore che scriveva, però, si appellava all'Antico Testamento, citando il versetto del Levitico 18, 22:
«Con un uomo non giacerai come si giace con una donna: è un abominio!», e ne deduce tranquillamente che se Gesù non l'ha corretto, vuol dire che lo riteneva valido. 
Così, dovremmo ritenere altrettanto valido il versetto che segue: «Se un uomo è giaciuto con una donna durante le sue regole, e ne ha scoperto la nudità, ha messo a nudo la fonte del suo sangue
ed essa ha scoperto la fonte del suo sangue: siano eliminati ambedue in mezzo al loro popolo» (Lv 20,18). Oppure dovremmo ritenere abominevole mangiare bistecchine di maiale (cfr. Levitico 11,
7), e via di seguito. Esistono infiniti versetti nell'Antico Testamento non corretti da Gesù. 


 


La posizione della Chiesa riguardo all'omosessualità si basa solo su assurdi pregiudizi, che non trovano
reale fondamento nelle Scritture, e contrastano palesemente con la ragione. 


 


Riprovevole è tutto ciò che reca danno al prossimo, tutto ciò che è contrario al comandamento fondamentale
di Gesù. L'omosessualità non va contro il comandamento dell'amore. 

Elisa Merlo 



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